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Fabio Belli Nazionali

Bosnia-Italia, o del non esultare prima

A Zenica l’Italia prova a rompere il grande tabù della sua storia recente: da 4 volte campione del mondo a reietta del Mondiale. Ma i tabù, per essere spezzati, necessitano rispetto degli “Dèi”, almeno quelli del calcio… e dell’avversario.

La scena che avremmo tutti evitato, soprattutto quelli che il calcio lo masticano e frequentano da un po’ e ne conoscono tutte le leggi non scritte. Alla fine di una serata valsa un bel sospiro di sollievo, il 2-0 all’Irlanda del Nord che non ha ancora scacciato l’incubo della mancata qualificazione Mondiale, ma ha almeno allontanato gli spettri di quando contro la Macedonia facemmo una bella frittata, è stato trasmesso in diretta nazionale un siparietto che ha lasciato abbastanza basiti.

Alcuni giocatori Azzurri (inutile fare i nomi, è questione di forma più che di sostanza) esultano in maniera convinta nell’osservare i tiri di rigore che a Cardiff cambiano un verdetto che pareva ormai scritto: non sarà il Galles, ma la Bosnia l’ultimo ostacolo per la squadra di Gattuso verso il Nord America. In tanti hanno provato a gettare acqua sul fuoco ma non per niente l’unico che lì in mezzo, nel carrozzone Rai, a calcio ci ha giocato, ovvero Lele Adani, è stato quello che si è incazzato più di tutti. Esultare per aver pescato un avversario piuttosto che un altro può solleticare i dispettosissimi Déi del calcio ma, anche senza scomodare la scaramanzia che nello sport ha sempre comunque un posto se non a bordo campo almeno negli Sky Box, qualcosa sembra non tornare comunque. L’ha spiegato Edin Dzeko in conferenza stampa: “L’esultanza di Dimarco e altri dopo i rigori di Cardiff? Nessun problema, anch’io non volevo giocare con l’Italia. Al giorno d’oggi con i social serve intelligenza, perché ogni cosa può scivolare da un’altra parte. Ci vuole attenzione. Tutti abbiamo visto cosa è successo, e tutto viene ingigantito, però è normalissimo“.

Dimarco mi ha scritto che non voleva offendere nessuno, gli ho risposto: ma di che parliamo? Non ci sono problemi. La cosa che non capisco piuttosto è un’altra: non so perché non volevano giocare in Galles, noi lì abbiamo vinto. L’Italia è una nazionale incredibile, ha vinto quattro mondiali, se ha paura di giocare in Galles qualcosa non funziona. Dobbiamo vederla in questo modo, possono soffrire tanto anche con noi. Gli azzurri si giocano tanto dopo due Mondiali mancati, vuol dire che hanno paura“.

Il capitano della Bosnia, dall’alto dei suoi 40 anni, ha colto nel segno: c’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa il fallimento dalla redenzione. Per l’Italia passa da Zenica, da una notte di fine marzo e da uno stadio che promette di ribollire di passione. L’ultimo ostacolo sulla strada verso il Mondiale 2026 ha il volto della Bosnia ed Erzegovina, una squadra meno celebrata ma tutt’altro che marginale, capace di costruire il proprio percorso con solidità e carattere. La reazione vista rende la domanda spontanea, alla Lubrano: gli Azzurri cosa conoscono dei loro avversari?

Un cammino costruito con equilibrio

La Bosnia arriva a questo appuntamento dopo un girone di qualificazione che merita attenzione. Inserita nel gruppo H, ha chiuso al secondo posto con 17 punti, alle spalle dell’Austria, che ha ottenuto il pass diretto per il Mondiale.

Cinque vittorie, due pareggi e una sola sconfitta raccontano di una squadra continua, capace di non perdere mai davvero il filo del discorso. Anche i numeri confermano questa impressione: 17 reti segnate, appena 7 subite. Un equilibrio da non sottovalutare, che unisce efficacia offensiva e compattezza difensiva.

La Bosnia è rimasta in corsa per il primo posto fino all’ultima giornata, quando l’1-1 nello scontro diretto con l’Austria ha chiuso definitivamente i giochi. Un dettaglio non secondario: non è una squadra che si accontenta, ma una che prova a restare agganciata fino alla fine.

Cardiff, la prova del carattere

Se il girone ha mostrato la solidità, la semifinale play off contro il Galles ha rivelato l’anima più profonda di questa nazionale. A Cardiff la partita ha preso subito una piega complicata. Il Galles ha dominato il primo tempo, colpendo anche un palo con Wilson e creando occasioni a ripetizione. La Bosnia ha resistito, senza scomporsi.

Il colpo sembrava arrivare al 51’, quando Daniel James ha trovato un gol spettacolare dalla distanza. In quel momento la qualificazione sembrava indirizzata. E invece, a quattro minuti dalla fine, è arrivato il segnale che questa squadra non si arrende: Edin Dzeko, con un colpo di testa, ha rimesso tutto in equilibrio. Nei supplementari l’inerzia si è ribaltata, con la Bosnia vicina al colpo decisivo. Poi i rigori, e lì è emersa un’altra qualità fondamentale: la freddezza. Gli errori gallesi e la parata decisiva di Nikola Vasilj hanno aperto la strada al penalty vincente del giovanissimo Kerim Alajbegovic.

Barbarez, il commissario tecnico senza apprendistato

Alla guida della Bosnia c’è una figura particolare, quasi simbolica: Sergej Barbarez. Nato a Mostar, 54 anni, è stato un attaccante di grande livello in Bundesliga, dove ha collezionato 330 presenze tra Hansa Rostock, Borussia Dortmund, Amburgo e Bayer Leverkusen, diventando il giocatore straniero più presente nella storia del campionato tedesco. Con la nazionale bosniaca ha lasciato un segno profondo: 47 presenze e 17 gol. La sua nomina, nell’aprile 2024, è stata una scelta controcorrente. Nessuna esperienza precedente da allenatore, nessun passaggio intermedio nei club. Un salto diretto sulla panchina della nazionale.

La sua idea di calcio è chiara: meno ossessione per il possesso, più attenzione alla concretezza. Adattarsi alla partita, avere coraggio nei momenti decisivi. Una filosofia pragmatica, che rende la Bosnia una squadra difficile da leggere e da affrontare.

Dzeko, il tempo sospeso

Nel cuore di questa squadra c’è ancora lui, Edin Dzeko. Quarant’anni compiuti, ma una presenza che va oltre i numeri, pur straordinari: 147 presenze e 73 gol con la nazionale.

È il simbolo del calcio bosniaco, il punto di riferimento tecnico ed emotivo. Chi lo ha seguito in Serie A conosce bene il suo repertorio: capacità di fare reparto da solo, intelligenza nei movimenti, senso del gol che non invecchia. L’ultima esperienza non lusinghiera alla Fiorentina aveva però fatto pensare a una vecchia gloria ormai in disarmo.

Nel girone di qualificazione ha segnato cinque reti. Ma è il gol al Galles, all’86’, a raccontarlo meglio di qualsiasi statistica: essere al posto giusto, nel momento giusto, quando la pressione è massima. Contro l’Italia, Dzeko gioca probabilmente l’ultima grande occasione della sua carriera internazionale. E questo, da solo, basta a renderlo pericoloso.

Una squadra che unisce generazioni

Accanto al capitano si muove una Bosnia costruita con equilibrio anche nella composizione del gruppo. In attacco, Ermedin Demirovic dello Stoccarda porta mobilità e imprevedibilità. È il complemento ideale di Dzeko, capace di allargare il gioco e attaccare gli spazi. Sulle fasce, Sead Kolasinac, ben noto ai tifosi dell’Atalanta, garantisce esperienza e forza fisica, mentre Amar Dedic (in forza al Benfica di José Mourinho) rappresenta la nuova generazione: corsa, qualità e spinta continua.

A centrocampo, Benjamin Tahirovic (ex Roma e ora in Danimarca, al Brøndby) è uno dei nomi più interessanti. Classe 2003, dinamico e ordinato, è fondamentale nel collegare le due fasi. Accanto a lui, profili più esperti assicurano equilibrio. In difesa, Tarik Muharemovic (altra conoscenza della nostra Serie A, al Sassuolo) si è distinto per solidità, mentre in porta Nikola Vasilj, portiere del St. Pauli in Bundesliga, ha già dimostrato di saper reggere la pressione nei momenti decisivi. E poi c’è Kerim Alajbegovic, gioiellino del Salisburgo: diciotto anni e una personalità fuori scala, capace di prendersi il rigore decisivo in una semifinale play off.

Struttura e idee di gioco

La Bosnia si dispone prevalentemente con un 3-5-1-1, un sistema che privilegia compattezza e organizzazione. All’occorrenza, però, può cambiare pelle e trasformarsi in un 4-3-3 o in un 4-2-3-1, con Barbarez che a livello di modulo è tutt’altro che un integralista.

Non cerca il dominio del possesso, ma lavora sulle transizioni. Difende con ordine e riparte con rapidità, sfruttando gli esterni e la presenza fisica di Dzeko come punto di riferimento. È una squadra che accetta di soffrire, ma che sa colpire quando si aprono gli spazi. Proprio per questo può diventare un avversario scomodo per chi, come l’Italia, tende a costruire il gioco.

Una storia ancora incompleta

La Bosnia ha partecipato una sola volta a un Mondiale, nel 2014 in Brasile, esattamente nell’ultima edizione che ha visto protagonista anche l’Italia. Un evento storico per un paese che, dopo l’indipendenza del 1992, ha dovuto ricostruire anche il proprio sistema calcistico.

Quell’esperienza si è chiusa ai gironi, ma ha lasciato un segno. Da allora, però, la nazionale non è più riuscita a qualificarsi per una grande competizione. C’è un dato curioso che racconta bene questa anomalia: la Bosnia è l’unica nazionale ad aver giocato un Mondiale senza aver mai partecipato a un Europeo.

I precedenti e il fattore Zenica

La storia dei confronti diretti è favorevole agli Azzurri: quattro vittorie, un pareggio e una sconfitta. L’ultimo incrocio, nel 2024, si è chiuso con un successo italiano firmato Frattesi. C’è poi un elemento che non compare nelle statistiche ma pesa quanto e più dei numeri: lo stadio.

Il Bilino Polje di Zenica, con i suoi quindicimila posti, è destinato a trasformarsi in una bolgia. Il pubblico bosniaco è caldo, continuo, capace di accompagnare ogni azione con un’intensità quasi fisica. Per l’Italia sarà una prova anche mentale, prima ancora che tecnica, senza dimenticare anche il fattore maltempo, con il terreno di gioco dell’impianto che è stato messo a dura prova negli ultimi giorni dalla pioggia e persino da una giornata di neve.

Novanta minuti per cambiare il destino

La partita si giocherà martedì 31 marzo alle 20:45. Se servirà, ci saranno supplementari e rigori. Non esiste un piano B: chi vince va al Mondiale, chi perde resta fuori. L’Italia arriva a questo appuntamento con il peso delle esclusioni del 2018 e del 2022 ancora addosso. La Bosnia, al contrario, ha l’entusiasmo di chi sente di avere tutto da guadagnare. È questo il paradosso della sfida: da una parte la pressione, dall’altra la libertà. Per gli azzurri di Gattuso sarà necessario trovare equilibrio tra qualità e nervi saldi. Perché la Bosnia ha già dimostrato una cosa: può soffrire, può resistere, può colpire all’ultimo momento. E in una notte come questa, basta un attimo per cambiare tutto: nonostante le quote dei bookmaker e il ranking FIFA (12ª l’Italia, solo 66ª la Bosnia) confermino l’ottimismo della vigilia, è decisamente meglio non esultare prima, sperando che i sopra citati dispettosi Dei per una volta si siano distratti al momento giusto.

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Club Fabio Belli

Gli Hearts e l’algoritmo magico

I Maroons di Edimburgo all’assalto dell’Old Firm: il sogno nato dai metodi e della formule da Moneyball del “gambler professionista” Tony Bloom, che ha già fatto miracoli in Inghilterra e in Belgio

Per oltre quarant’anni il calcio scozzese è stato una storia scritta quasi sempre dagli stessi due autori. Celtic e Rangers, l’Old Firm di Glasgow, hanno monopolizzato il titolo nazionale trasformando la Scottish Premiership in un duopolio quasi inattaccabile. Dal 1985, quando l’Aberdeen di Alex Ferguson riuscì nell’impresa di interrompere quel dominio, nessun altro club è più riuscito a mettere davvero le mani sul trofeo.

Oggi, però, qualcosa sembra muoversi. A Edimburgo gli Hearts stanno provando a riscrivere quella storia, e lo stanno facendo grazie a un protagonista inatteso: Tony Bloom, miliardario britannico, professionista del gioco d’azzardo e mente matematica che ha già dimostrato altrove come i numeri possano cambiare il destino di una squadra di calcio.

L’uomo che scommette sui dati

Bloom non è un proprietario tradizionale. Prima ancora di entrare nel calcio, si è costruito una fortuna nel mondo delle scommesse, sviluppando sofisticati modelli statistici per individuare opportunità dove altri vedevano solo rischio. La stessa filosofia l’ha poi trasferita nel football.

Il suo nome è legato soprattutto alla trasformazione del Brighton & Hove Albion in Inghilterra: da club di seconda fascia a presenza stabile della Premier League. Parallelamente ha contribuito all’ascesa dell’Union Saint-Gilloise in Belgio, portata dalla seconda divisione fino alle competizioni europee.

Quando nell’estate del 2025 Bloom ha acquisito il 29% dell’Heart of Midlothian, molti osservatori hanno letto l’operazione come l’ennesimo investimento interessante ma destinato a produrre risultati nel lungo periodo. Non tutti, però, avevano fatto i conti con l’ottimismo – o la sicurezza – dello stesso Bloom.

Durante un incontro con i tifosi, alla vigilia della stagione 2025-26, il nuovo azionista si è lasciato andare a una previsione sorprendente: gli Hearts, ha detto, avevano “ottime possibilità di arrivare almeno secondi”.

La sala ha reagito con qualche risatina. Non era difficile capire perché.

Da settimi a pretendenti

La stagione precedente gli Hearts avevano chiuso al settimo posto, distanti quaranta punti dal Celtic campione e ventitré dai Rangers. Per buona parte dell’annata avevano persino occupato l’ultimo posto in classifica. Pensare che potessero spezzare il duopolio dell’Old Firm nel giro di pochi mesi sembrava una provocazione.

Eppure, col passare delle settimane, quella che sembrava una dichiarazione azzardata ha iniziato ad assumere i contorni di una profezia.

A metà stagione gli Hearts si sono ritrovati stabilmente in testa alla classifica. Dopo le prime ventiquattro giornate avevano perso solo due volte e già all’inizio di novembre avevano accumulato nove punti di vantaggio. Un cammino che non era soltanto sorprendente, ma quasi inedito per una squadra fuori dal circuito di Glasgow.

La domanda, inevitabile, è diventata una sola: quanto di tutto questo è merito di Tony Bloom?

L’algoritmo che ha cambiato il club

L’influenza dell’imprenditore inglese non è arrivata soltanto con il suo investimento diretto. Già alla fine del 2024 era entrata in scena Jamestown Analytics, la società di analisi dati che Bloom utilizza per studiare il calcio come un sistema complesso di numeri, probabilità e modelli predittivi.

Il primo intervento significativo è stato nella scelta dell’allenatore. I dati hanno portato il club verso Neil Critchley, tecnico con esperienze al Blackpool e al QPR, chiamato a risollevare una squadra invischiata nella zona retrocessione.

Critchley è rimasto solo sei mesi, ma il suo lavoro ha stabilizzato gli Hearts e, soprattutto, ha aperto la strada a una trasformazione più profonda: l’integrazione dell’analisi statistica nelle decisioni sportive del club.

Il nuovo direttore sportivo Graeme Jones ha iniziato a lavorare in sinergia con Jamestown per individuare giocatori sottovalutati in campionati poco osservati. L’idea non era spendere cifre folli, ma replicare la filosofia resa famosa dal concetto di “Moneyball”: trovare valore dove il mercato non lo vede.

L’equilibrio tra numeri ed esperienza

Il vero punto di svolta è arrivato con la scelta dell’allenatore successivo.

Quando Critchley è stato esonerato, gli Hearts hanno cercato una figura capace di coniugare l’approccio analitico con una profonda conoscenza del calcio scozzese. Il nome individuato è stato quello di Derek McInnes.

Tecnico esperto, con un lungo passato tra St Johnstone, Aberdeen e Kilmarnock, McInnes rappresentava la figura ideale per fare da ponte tra il nuovo corso scientifico e la tradizione del campionato. La sua qualità principale, secondo molti osservatori interni al club, non è stata soltanto tattica ma umana: gestire un gruppo molto ampio, razionalizzare la rosa e creare una cultura di squadra più solida.

Sotto la sua guida gli Hearts hanno ritrovato anche un’identità di gioco più vicina alla loro storia: ritmo alto, aggressività, intensità fisica. Un calcio meno cerebrale e più diretto, perfettamente in sintonia con l’atmosfera di Tynecastle.

Una rosa costruita tra continuità e intuizioni

Durante l’estate sono arrivati undici nuovi giocatori, molti dei quali provenienti da mercati poco battuti: Slovacchia, Estonia, Islanda, Norvegia. Operazioni spesso a parametro zero, con l’unico investimento davvero significativo rappresentato dal centrocampista brasiliano, Ageu.

Due innesti in particolare hanno subito acceso l’entusiasmo dei tifosi: l’attaccante portoghese Claudio Braga, prelevato dalla seconda divisione norvegese, e l’ala greca Alexandros Kyziridis, arrivato dalla massima serie slovacca.

Ma la vera forza degli Hearts non è stata la rivoluzione totale. Il cuore della squadra era già presente: il difensore Craig Halkett, il dinamico centrocampista Cammy Devlin e soprattutto l’attaccante Lawrence Shankland, rimasto a Edimburgo nonostante diverse offerte.

Il nuovo progetto ha semplicemente valorizzato quella spina dorsale, aggiungendo qualità e profondità.

La stagione delle sorprese

L’inizio di campionato ha avuto il sapore di una favola. Gli Hearts hanno infilato undici partite senza sconfitte, nove delle quali vinte, e hanno soprattutto mostrato una qualità che raramente si vede nel calcio scozzese fuori dall’Old Firm.

Il dato più impressionante riguarda gli scontri diretti: nelle prime quattro sfide contro Celtic e Rangers sono arrivate quattro vittorie.

Tra queste spiccano il 2-0 a Ibrox contro i Rangers e il 3-1 inflitto al Celtic a Tynecastle, risultati che hanno dato una credibilità definitiva alla corsa degli Hearts.

Anche quando è arrivato il primo momento di flessione, tra una sconfitta ad Aberdeen e qualche pareggio, la squadra ha reagito nel modo migliore possibile: andando a vincere anche a Parkhead, uno degli stadi più difficili del Regno Unito e forse dell’intera Europa.

Un’occasione storica

Per comprendere la portata di quanto sta accadendo bisogna guardare indietro. Dal 2000 in poi nessuna squadra al di fuori dell’Old Firm è riuscita a chiudere il campionato a meno di dieci punti dalla vetta, con l’unica eccezione dell’Aberdeen nel 2017-18.

Gli Hearts stessi hanno avuto qualche stagione importante, ma sempre a distanza di sicurezza dal titolo. Nel 2006 arrivarono secondi, ma con diciassette punti di ritardo dal Celtic.

Oggi la situazione è completamente diversa. A due mesi dalla fine del campionato i “Jambos” sono ancora in testa e hanno dimostrato di poter competere alla pari con le grandi di Glasgow fino alla fine del torneo. Nel penultimo impegno la sconfitta a Rugby Park contro il modesto Kilmarnock ha fatto tremare i tifosi “Maroons”, ma alla successiva vittoria contro il Dundee Fc ha fatto seguito un nuovo allungo sul Celtic, caduto a Tannadice Park contro il Dundee United e scivolato di nuovo a -5 punti dalla vetta, mentre i Rangers battendo l’Aberdeen sono rimasti a -3 dagli Hearts.

Il peso della memoria

Tra i tifosi più anziani riaffiora inevitabilmente il ricordo della stagione 1985-86, una delle più dolorose della storia del club.

Quell’anno gli Hearts arrivarono all’ultima giornata in testa alla classifica, imbattuti per mesi. Bastava un punto a Dundee per vincere il titolo. Invece arrivarono due gol negli ultimi minuti segnati dal carneade Albert Kidd e il Celtic conquistò il campionato per differenza reti. Una settimana dopo arrivò anche la sconfitta nella finale di Coppa di Scozia.

È una ferita ancora viva nella memoria del club. Ma proprio quel ricordo contribuisce a rendere speciale la stagione attuale.

Un entusiasmo ritrovato

Chi segue gli Hearts da vicino racconta di un’atmosfera completamente nuova attorno alla squadra. I tifosi, inizialmente increduli, hanno iniziato poco alla volta a credere nella possibilità di qualcosa di straordinario.

Un episodio racconta bene lo spirito di questo momento. Durante la vittoria per 3-0 sul Dundee United a Tannadice, a fine gennaio, il settore ospiti si è trasformato in una festa quasi surreale: centinaia di tifosi in pieno inverno scozzese cantavano a torso nudo, come se il titolo fosse già vicino.

Era un’atmosfera più simile a una notte europea che a una normale partita di campionato.

Il progetto oltre la stagione

Anche se la corsa al titolo dovesse interrompersi sul più bello, il progetto degli Hearts sembra destinato a durare.

Tony Bloom non ha mai nascosto l’obiettivo di trasformare il club nella terza forza stabile del calcio scozzese, capace di inserirsi regolarmente nella lotta con Celtic e Rangers. Il suo orizzonte non è la singola stagione, ma il prossimo decennio.

L’idea è semplice: usare i dati per costruire una struttura solida, individuare talenti prima che diventino costosi e creare una squadra competitiva senza spendere cifre impossibili.

Una scommessa che può cambiare la Scozia

Nel calcio, come nel gioco d’azzardo, esistono momenti in cui la probabilità si trasforma in opportunità.

Tony Bloom lo sa meglio di chiunque altro. Quando ha detto ai tifosi che gli Hearts potevano competere per il titolo, molti hanno pensato a una mera boutade. Oggi quella frase suona come l’inizio di una scommessa calcolata.

Se Edimburgo riuscirà davvero a interrompere il dominio dell’Old Firm, non sarà soltanto una vittoria sportiva. Sarà la dimostrazione che anche in uno dei campionati più prevedibili d’Europa esiste ancora spazio per l’innovazione, per il coraggio e per l’idea che i numeri, a volte, possano cambiare la storia.

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Calciatori Fabio Belli

Pablo Paz, l’equivoco di mercato e l’eredità raccolta da Nico

Nico Paz, attuale stella del Como e della Serie A, è figlio d’arte di un difensore che animò un’incredibile vicenda di mercato che coinvolse la Roma di Zeman alla fine degli anni ’90

La storia di Nico Paz, oggi una delle certezze più luminose del Como e ormai una presenza temuta da buona parte della Serie A, affonda le radici in un passato che intreccia talento, famiglia e uno dei più clamorosi equivoci di mercato del calcio italiano degli anni Novanta. Perché dietro l’asso che illumina il gioco lariano c’è un cognome che avrebbe potuto avere un destino molto diverso anche nel nostro campionato. Paz, infatti, non è soltanto il nome stampato sulla maglia di Nico, ma quello di Pablo, suo padre, ex difensore argentino protagonista di una vicenda a metà tra il grottesco e la leggenda metropolitana, che lo tenne lontano dalla Serie A quando sembrava ormai a un passo dal grande salto.

Nico Paz è un figlio d’arte nel senso più autentico del termine. Pablo Paz ha avuto una carriera lunga e rispettata, sviluppatasi dai primi anni Novanta fino al 2013, iniziata nel Newell’s Old Boys, lo stesso club in cui muoveva i primi passi un giovanissimo Lionel Messi. Un dettaglio che oggi assume un valore quasi simbolico, considerando come Messi sia diventato l’idolo calcistico di Nico. Dall’Argentina all’Europa, Pablo si è costruito una carriera solida, arrivando fino alla Nazionale albiceleste, con cui ha collezionato 23 presenze e partecipato al Mondiale del 1998. È stato lo stesso Nico a raccontare come il padre, fedele alla tradizione argentina, gli abbia messo un pallone tra i piedi appena ha iniziato a camminare, trasmettendogli non solo una passione, ma una vera e propria visione del calcio: il fulbo (come viene chiamato in Argentina) come espressione di libertà prima ancora che di schemi.

Il rapporto tra Nico e suo padre è centrale nella crescita del talento oggi ammirato in Serie A. In più occasioni il centrocampista del Como ha sottolineato quanto Pablo sia stato determinante nella sua formazione, seguendo ogni sua partita da bambino e fungendo da guida costante. Anche le scelte più personali raccontano questo legame profondo: il numero 79 scelto da Nico è un omaggio all’anno di nascita della madre, a testimonianza di come la dimensione familiare sia sempre stata un pilastro della sua carriera. Non sorprende, dunque, che il percorso calcistico di Nico sia iniziato proprio nei luoghi in cui Pablo ha chiuso la sua avventura da calciatore, alle Isole Canarie, dove il figlio ha cominciato ad allenarsi respirando un calcio fatto di tecnica e creatività.

La scuola calcistica dell’arcipelago, negli ultimi vent’anni, ha prodotto giocatori come David Silva, Pedro e Pedri, ed è storicamente associata a uno stile elegante, basato sul controllo del pallone e sulla capacità di risolvere le situazioni nello stretto. Nico assorbe questi principi nelle giovanili del Tenerife, il primo vero trampolino che lo proietta verso la Fábrica del Real Madrid, uno dei vivai più prolifici e prestigiosi al mondo. Da lì, il passaggio al Como lo consacra definitivamente agli occhi del pubblico italiano, rendendolo uno dei prospetti più affascinanti dell’intero campionato.

Eppure, molto prima che Nico diventasse una stella della Serie A, anche Pablo Paz era stato a un passo dal calcare i campi italiani. L’episodio risale al 1997, ai tempi della prima Roma di Zdeněk Zeman. Il tecnico boemo era alla ricerca di un difensore centrale e aveva indicato una lista precisa di nomi. Il preferito era Nadal, seguito da N’Gotty, Paganin e, appunto, Paz. In quel periodo l’argentino militava nel Tenerife, squadra che l’anno precedente aveva inflitto una clamorosa eliminazione alla Lazio di Zeman, vincendo 5-3 al ritorno dopo il 2-1 dell’andata. In quella storica partita, Paz aveva formato la coppia difensiva con César Gómez, distinguendosi per personalità e attenzione difensiva.

Il problema nasce in un’epoca in cui il calcio non era ancora dominato da database, video on demand e statistiche a portata di clic. I nomi sulle maglie non c’erano e i ricordi, a distanza di tempo, potevano facilmente confondersi. Zeman chiese ai suoi collaboratori informazioni su quel difensore che aveva marcato Casiraghi in quella gara memorabile. La risposta fu vaga e fatale: «Mister, ricordiamo solo che il cognome finiva per zeta». Da lì, l’equivoco divenne realtà e la Roma si ritrovò a chiudere per il giocatore sbagliato.

Ad arrivare nella Capitale fu César Gómez, mentre Pablo Paz rimase al Tenerife. Zeman non nascose mai il proprio disappunto e, alla prima occasione utile, rese pubblico il malcontento con parole che suonarono come una sentenza: esistevano difensori più forti di Gómez, e tra quelli segnalati al presidente Sensi c’erano altri profili. Ma il mercato aveva fatto il suo corso. Gómez si rivelò una delle meteore più costose della storia giallorossa: sei miliardi di lire per quattro anni di contratto, per un totale di appena 88 minuti giocati, quasi tutti concentrati in un derby perso 3-1, nonostante la Roma fosse in superiorità numerica. Da lì in poi, per lo spagnolo, più che una carriera si aprì una leggenda tragicomica, alimentata da ironia e amarezza. Dal tifoso che lo avrebbe chiamato verso la rete che divideva il campo di allenamento di Trigoria dalla tribuna dicendoli: “A Cesar Gomez, vie’ qua che te firmo un autografo!” fino al mito di un autoconcessionario aperto nella Capitale.

Pablo Paz, invece, non approderà mai in Serie A. La sua carriera proseguirà altrove, lontano dall’Italia e da quell’occasione sfumata per un dettaglio tanto banale quanto decisivo. Oggi, però, il cognome Paz risuona forte nel nostro campionato grazie a Nico, che con le sue giocate ha in qualche modo chiuso il cerchio. È facile immaginare Pablo, ora spettatore orgoglioso, godersi ogni tocco del figlio sulle rive del Lario, consapevole che il destino, a volte, sa prendersi strane rivincite. Anche quando passano da un equivoco finito con la… zeta.

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Fabio Belli Nazionali

Il tifoso-Lumumba eroe della Coppa d’Africa

Michel Kuka Mboladinga è rimasto immobile per tutte le partite della Coppa d’Africa in Marocco della Repubblica Democratica del Congo, ricordando la storia del suo Paese che ora si giocherà l’accesso ai Mondiali del 2026.

La Coppa d’Africa in corso di svolgimento in Marocco ha regalato un’immagine che più di tante giocate o risultati è rimasta impressa nella memoria collettiva. Sugli spalti, tra bandiere, cori e movimenti continui, spicca una figura immobile, quasi fuori dal tempo. È quella di Michel Kuka Mboladinga, tifoso della Repubblica Democratica del Congo, diventato virale per il suo modo unico di sostenere la nazionale: restare in piedi per tutta la durata delle partite, senza mai muoversi, con un braccio alzato, come una statua vivente.

Vestito con un completo che richiama i colori della bandiera congolese, Mboladinga non si scompone nemmeno nei momenti di massima tensione. Non esulta ai gol, non reagisce alle occasioni mancate, non si lascia andare alla frustrazione o alla gioia. Rimane lì, fermo, concentrato, trasformando il suo corpo in un simbolo. Un gesto che ha incuriosito tifosi, appassionati e osservatori di tutto il mondo, spingendo molti a chiedersi quale fosse il significato profondo di quella immobilità così ostinata e apparentemente inspiegabile.

La risposta affonda le radici nella storia della Repubblica Democratica del Congo. Mboladinga non è semplicemente un tifoso eccentrico, ma un uomo che ha scelto di rendere omaggio a Patrice Lumumba, una delle figure più importanti e tragiche della storia africana contemporanea. Lumumba fu il primo primo ministro del Congo indipendente e un simbolo potente dell’anticolonialismo. Il 30 giugno 1960, giorno della proclamazione dell’indipendenza dall’ex dominio belga, pronunciò un discorso durissimo contro il razzismo e le umiliazioni subite dal popolo congolese, entrando definitivamente nella leggenda.

Pochi mesi dopo, però, la sua parabola si interruppe brutalmente. Rovesciato nel settembre dello stesso anno, Lumumba venne arrestato e infine assassinato nel gennaio 1961 insieme a Maurice Mpolo e Joseph Okito. Aveva soltanto 35 anni. Il suo corpo fu fatto sparire, sciolto nell’acido, e per decenni non se ne seppe più nulla, fino alla scoperta che alcuni resti erano stati conservati in Belgio. Una vicenda che ancora oggi rappresenta una ferita aperta nella memoria collettiva del Paese.

La posa scelta da Mboladinga richiama volutamente le iconografie ufficiali dedicate a Lumumba, quelle statue e quelle immagini che lo ritraggono fiero, immobile, con il braccio alzato. Portare quella postura sugli spalti di una competizione continentale significa trasformare il tifo in un atto politico e culturale, un monumento umano che unisce sport, storia e identità nazionale. Durante la Coppa d’Africa, Mboladinga è rimasto immobile per un totale di 438 minuti, diventando una delle attrazioni più riconoscibili del torneo, al punto da essere ricevuto anche dal presidente della CAF, Patrice Motsepe.

La sua avventura si è conclusa con l’eliminazione della Repubblica Democratica del Congo agli ottavi di finale contro l’Algeria, sconfitta per 1-0 dopo i tempi supplementari. Anche in quella occasione, Mboladinga non ha tradito il suo ruolo, restando fermo fino all’ultimo secondo, nonostante la tensione e la delusione. Ha resistito persino alle provocazioni, come quella dell’attaccante algerino Mohammed Amoura che, dopo il gol decisivo, ha imitato la sua posa per poi esultargli davanti, un gesto evitabile e fuori luogo, figlio dell’euforia del momento.

Al fischio finale, però, l’emozione ha avuto la meglio. Mboladinga non è riuscito a trattenere le lacrime: la sua Coppa d’Africa era finita lì, ma il messaggio che aveva portato con sé era arrivato lontano. In silenzio e senza muoversi, quel tifoso ha trasformato un semplice gesto di supporto alla nazionale in una potente dichiarazione di memoria, orgoglio e appartenenza, ricordando a tutti che il calcio, a volte, può essere molto più di una partita. Ora la Repubblica Democratica del Congo dovrà affrontare gli spareggi intercontinentali per la qualificazione al Mondiale 2026 che sarebbe storica, per tornare in una rassegna iridata dalla quale manca dal 1974, quando il Paese si chiamava ancora Zaire. In caso di successo, in molti già sperano di rivedere Mboladinga nella sua iconica posa anche negli States.

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Fabio Belli Nazionali

Haiti, ai Mondiali in smart working

Haiti torna ai Mondiali dopo la leggendaria esperienza del 1974 nella maniera più singolare: il suo CT non ha mai messo piede nel Paese

Il 19 novembre scorso Haiti ha battuto il Nicaragua 2-0 e si è qualificata per il Mondiale, raggiungendo questo traguardo per appena la seconda volta nella sua storia. Un risultato straordinario, reso ancora più sorprendente dal fatto che il commissario tecnico della nazionale non ha mai messo piede nel Paese che allena.

Il selezionatore è il francese Sébastien Migné, 52 anni, nominato alla guida della nazionale haitiana circa un anno e mezzo fa. Da allora, però, non è mai riuscito a entrare ad Haiti. La situazione di estrema insicurezza che da anni paralizza il Paese costringe la federazione a disputare le partite casalinghe a oltre 800 chilometri di distanza, a Curaçao, isola caraibica al largo della costa venezuelana. Per lo stesso motivo, non esistono più voli internazionali regolari verso la capitale Port-au-Prince.

Dal devastante terremoto del 2010, Haiti vive una crisi profonda e continua. Gruppi armati controllano gran parte della capitale, una situazione che ha provocato lo sfollamento di circa 1,3 milioni di persone e una crisi alimentare di livello emergenziale. Le autorità internazionali sconsigliano i viaggi nel Paese a causa del rischio di rapimenti, criminalità diffusa, violenze e disordini civili.

«È impossibile andarci, è troppo pericoloso», ha spiegato Migné in un’intervista a France Football. «Di solito vivo nel Paese in cui lavoro, ma qui non posso farlo. Non arrivano più voli internazionali».

Nonostante tutto, il tecnico ha costruito la squadra lavorando a distanza, affidandosi alle informazioni fornite telefonicamente dai dirigenti della federazione haitiana. «Mi hanno passato tutti i dati sui giocatori locali e io ho gestito la nazionale da remoto», ha raccontato. Un metodo anomalo, ma che si è rivelato efficace.

Oggi la rosa è composta interamente da giocatori che militano all’estero. Tra questi c’è anche Jean-Ricner Bellegarde, centrocampista del Wolverhampton, nato in Francia ma di origine haitiana. La federazione sta inoltre cercando di convincere Wilson Isidor, attaccante del Sunderland, nato in Francia da genitori haitiani, a vestire la maglia della nazionale. Più della metà dei convocati è nata ad Haiti, mentre gli altri sono figli della diaspora.

La vittoria contro il Nicaragua ha garantito ad Haiti la qualificazione al Mondiale che si disputerà la prossima estate tra Stati Uniti, Messico e Canada. Un ritorno atteso cinquant’anni: l’unica partecipazione precedente risale infatti al 1974, quando la nazionale caraibica fu eliminata al primo turno dopo le sconfitte contro Italia, Polonia e Argentina. Una presenza all’epoca sorprendente e che fece scalpore soprattutto per la performance di Emmanuel Sanon, rapido attaccante realizzò due reti, le sole della sua nazionale, all’Italia e all’Argentina. Il suo gol agli Azzurri interruppe il record di imbattibilità in nazionale di Dino Zoff, che durava da undici partite. Curiosamente la vetrina di Monaco ’74 aprì a Sanon proprio le porte dell’America: dopo aver strappato un ingaggio in Europa, nella formazione belga del Beerschot, andò ad arricchire la parata di stelle della NASL statunitense, giocando prima coi Miami Americans e poi con i San Diego Sockers.

Dalla zona Concacaf si sono qualificate anche Panama, vittoriosa 3-0 su El Salvador, e Curaçao, al debutto assoluto in un Mondiale, grazie al pareggio contro la Giamaica. Per Haiti, però, questa qualificazione ha un valore che va oltre il calcio: è un segnale di rivincita e resistenza per un Paese che continua a lottare fuori dal campo ogni giorno. Essere riusciti nell’impresa operando praticamente in… smart working può riempire d’orgoglio il CT Migné e tutti i componenti della squadra.

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Fabio Belli Nazionali

Paramaribo, mare forza 9

Come il Suriname nel calcio si sta sdoganando dal ruolo di serbatoio per la Nazionale olandese sognando il Mondiale 2026.

Al Franklin Essed Stadium di Paramaribo, venerdì 10 ottobre 2025, il tifo è rimasto incessante sugli spalti anche dopo il triplice fischio finale.

E dire che pochissimi minuti prima i padroni di casa del Suriname erano a un passo dalla prima sconfitta nelle qualificazioni ai Mondiali del 2026. Poi, nei minuti di recupero, Virgil Misidjan ha scagliato un bolide dalla distanza che ha centrato il bersaglio, regalando l’1-1 contro il Guatemala. Un tiro tanto potente da sfiorare il portiere della compagine di casa, Vaessen, salito in area avversaria per l’ultimo assalto. L’estremo difensore si è spostato appena in tempo, lasciando che la palla si infilasse alle spalle del collega guatemalteco Hagen e riscrivesse il finale.

Con questo pareggio, il Suriname è rimasto in vetta al Gruppo A a metà del girone finale: è la posizione più vicina alla qualificazione iridata dagli esordi della compagine negli anni ’70. Se manterrà il primato per altre tre partite, scriverà la storia partecipando al suo primo Mondiale. Alla fine del match, Vaessen è stato travolto dall’entusiasmo dei tifosi: tra cori, abbracci e selfie, il portiere è stato circondato da bambini e appassionati che hanno voluto celebrare un pareggio che, per il Suriname, vale come una vittoria, tenendo viva la speranza di una qualificazione che avrebbe un valore storico.

Potenzialmente sono i nuovi eroi di un Paese in cerca di riscatto, anche se molti di loro non sono nati in Suriname. Né Etienne VaessenVirgil Misidjan, protagonisti del pareggio col Guatemala, sono originari del Paese: l’unico calciatore cresciuto realmente sul territorio è l’attaccante Gleofilo Vlijter. Tutti gli altri arrivano dall’Olanda, ex potenza coloniale che ha governato la regione fino al 1975. Grazie alle origini dei genitori o dei nonni, questi giocatori hanno potuto vestire la maglia del Suriname.

Eppure, osservando il pubblico che applaudiva Vaessen, non c’erano dubbi: questa è la squadra del Suriname. «Amano il calcio», ha raccontato il portiere ai microfoni di ESPN. «All’inizio molti si chiedevano se avremmo sentito davvero questa maglia, ma qui mi sento a casa. Do tutto per il Paese, e loro lo percepiscono. Mi comporto con rispetto, e per questo mi accolgono come uno di loro. Fare una foto o un selfie con i tifosi è un piccolo gesto che li rende felici, ed è importante per me».

Il legame tra il Suriname e il calcio è profondo: il Transvaal, uno dei principali club locali, vinse due volte la Concacaf Champions Cup, e tanti campioni che hanno segnato la storia del calcio olandese — come Edgar Davids, Clarence Seedorf, Aron Winter, oltre all’attuale commissario tecnico Stanley Menzo e al suo vice Henk Fraser — sono nati proprio qui, scegliendo però di rappresentare l’Olanda a livello internazionale. Ora il flusso si è invertito: con le nuove leggi e i nuovi regolamenti è il Suriname che può farsi forte della scuola calcistica dei Paesi Bassi.

Per anni, tuttavia, il calcio surinamese era rimasto nell’ombra. Nonostante le regole FIFA permettano di giocare per una Nazionale se si hanno radici familiari nel Paese, solo di recente il governo ha modificato le proprie leggi sulla cittadinanza. In occasione del ritorno alla Concacaf Gold Cup del 2021 — la prima partecipazione in 36 anni — è stata concessa la possibilità di ottenere il passaporto surinamese senza dover rinunciare a quello olandese.

Un cambiamento decisivo, voluto e spinto da Dean Gorré, predecessore di Menzo sulla panchina della Nazionale. Ex calciatore nato anch’egli in Suriname, Gorré ha guidato la squadra alla qualificazione alla Gold Cup e convinto le autorità a rivedere le norme sulla doppia cittadinanza, aprendo così una nuova era per lo sport del Paese — non solo nel calcio, ma anche in prospettiva olimpica.

Da quel momento, tutto è cambiato. I giocatori con origini surinamesi hanno risposto con entusiasmo alla chiamata della nazionale, e in breve tempo oltre venti nuovi elementi si sono uniti alla squadra. Il loro contributo ha trasformato il Suriname in una realtà competitiva, capace di sognare per la prima volta un traguardo impensabile: la qualificazione ai Mondiali.

Un sogno che avrebbe un significato speciale anche per l’attuale commissario tecnico Stanley Menzo. Nato e cresciuto a Paramaribo, Menzo ricorda bene la passione del suo Paese per il calcio. Portiere moderno e tecnico, abituato a giocare il pallone con i piedi, divenne la scelta ideale per Johan Cruyff quando questi assunse la guida dell’Ajax nel 1985. Con il club olandese collezionò oltre 200 presenze e vinse due trofei europei, prima di intraprendere la carriera da allenatore.

Dopo l’indipendenza del Suriname nel 1975, il Paese attraversò un periodo di forte instabilità politica che culminò, nel 1980, con un colpo di Stato militare. Tra gli episodi più tragici di quella fase ci fu il massacro del dicembre 1982: il leader del golpe, Dési Bouterse, fece arrestare e giustiziare più di una dozzina di oppositori, tra cui André Kamperveen.

Kamperveen era una figura simbolo del calcio surinamese: primo giocatore del Paese a militare nella massima serie olandese, era stato capitano e poi commissario tecnico della nazionale. Oltre al campo, ricoprì ruoli dirigenziali di grande rilievo, diventando vicepresidente della FIFA e fondatore della Caribbean Football Union, la sottoconfederazione caraibica della Concacaf.

Pochi mesi prima della sua morte aveva partecipato in un ruolo dirigenziale alla Coppa del Mondo del 1982 in Spagna. L’8 dicembre 1982 André Kamperveen venne arrestato dai militari fedeli a Dési Bouterse e condotto a Fort Zeelandia, dove fu sottoposto a pesanti torture. Fu persino costretto a leggere alla radio un comunicato in cui ammetteva, falsamente, di aver preso parte a un complotto contro il regime. Poco dopo, venne assassinato insieme ad altre 14 persone durante i tragici “omicidi di dicembre”.

L’autopsia rivelò le terribili violenze subite: fratture al femore, lesioni alla mascella e ben 18 colpi di arma da fuoco al torace. I funerali, celebrati il giorno seguente, videro una partecipazione di massa, con migliaia di cittadini accorsi per rendergli omaggio.

In seguito, Kamperveen è stato inserito nella CONCACAF Hall of Fame come riconoscimento del suo contributo al calcio caraibico. A Paramaribo porta oggi il suo nome lo Stadio André Kamperveen, simbolo della sua eredità sportiva e civile.

Negli anni successivi, l’assistente sociale Sonny Hasnoe cercò di rilanciare l’orgoglio sportivo del Paese creando una squadra formata da calciatori surinamesi che giocavano nei Paesi Bassi, chiamata “Colorful Eleven”. Il gruppo disputò alcune amichevoli internazionali, tra cui un incontro con il club SV Robinhood nel 1986, e continuò a giocare nei due anni successivi in Olanda.

Ma nel 1989, una tragedia sconvolse tutto. Il volo Surinam Airways 764, partito da Amsterdam e diretto a Paramaribo, si schiantò a causa di una serie di errori umani commessi dall’equipaggio. Nell’incidente morirono 178 persone, tra cui 15 membri dei “Colorful Eleven”. solamente tre di loro sopravvissero malgrado le gravi ferite riportate: Sigi Lens, Radjin de Haan e Edu Nandlal. Stanley Menzo, che avrebbe dovuto partecipare al torneo, si salvò solo perché era arrivato in Suriname un giorno prima del resto della squadra.

Il periodo d’oro che sta vivendo la “Natio” (come viene chiamata la selezione dai tifosi in patria) ha riportato entusiasmo e orgoglio in tutto il Suriname. I recenti risultati — il pareggio contro Panama, la vittoria in El Salvador e l’ultimo pari conquistato contro il Guatemala — hanno acceso la speranza e regalato al Paese un motivo per festeggiare.

Abbiamo bisogno di un po’ di positività”, ha dichiarato Menzo in merito agli ultimi risultati del Suriname. “Speriamo di poterla donare al Paese attraverso il calcio. Qui il calcio è lo sport di tutti, qualcosa che unisce davvero la gente. Vengo da Amsterdam, e ovunque vada la gente mi parla del Suriname, di quanto vogliono vederci qualificati”.

L’attenzione che arriva dai Paesi Bassi non si limita al calcio giocato. Molti olandesi di origini surinamesi stanno riscoprendo le proprie radici e contribuendo attivamente alla crescita del Paese. Tra loro c’è anche Georginio Wijnaldum: i suoi genitori sono nativi del Suriname e di recente il centrocampista, campione d’Europa con il Liverpool, ha sostenuto un progetto di ristrutturazione di una scuola pubblica locale. Pur non potendo vestire la maglia della “Natio”, Wijnaldum ha mostrato il suo legame con il Paese assistendo all’ultima partita indossando una maglia rossa del Suriname, con il suo nome e il numero 8 stampati sulla schiena, tra gli applausi dei tifosi presenti nello stadio di Paramaribo.

Ora la nazionale surinamese affronterà Panama in una sfida decisiva per le qualificazioni: una vittoria in trasferta garantirebbe il primo posto solitario nel girone, con due punti di vantaggio e solo due partite ancora da giocare. Non sarà semplice, perché anche Panama ha cinque punti e lo stesso sogno mondiale, ma il Suriname ci arriva con grande entusiasmo e fiducia.

Il Paese non è mai stato così vicino alla qualificazione dai tempi del 1977, quando la “Natio” vinse il girone caraibico e partecipò al Campionato Concacaf in Messico, prima volta in un girone finale che si chiuse però con 5 sconfitte su 5 contro Messico, Haiti, El Salvador, Canada e Guatemala. Quella generazione, pur non riuscendo a ottenere il pass, è rimasta nel cuore dei tifosi. Proprio per questo, il ct Stanley Menzo ha voluto invitare alcuni veterani di quella squadra per motivare l’attuale gruppo prima del pareggio con il Guatemala.

«Sento di portare avanti la loro eredità», ha spiegato Menzo nell’intervista a ESPN. «So da dove viene il Suriname e dove siamo arrivati oggi. Il progetto con i giocatori all’estero è iniziato molto tempo fa, e ognuno di noi ne rappresenta un capitolo. Ora abbiamo l’occasione di completare il lavoro iniziato da chi ci ha preceduti. Ho detto ai giocatori del 1977: eravate a un passo dai Mondiali, ora siamo noi a un passo. Quello che non è riuscito a voi, vogliamo provarci noi. Abbiamo la convinzione di poterlo fare — ma tra credere e realizzare, c’è ancora un ultimo passo da compiere».

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Shelbourne e Belfast Celtic: come “zombie” a Windsor Park

La vittoria degli “Shels” in Champions League in casa del Linfield ha riportato il tricolore irlandese a sventolare nel cuore di Belfast: una storia dalle ferite mai ricucite

Il 12 settembre 1994 gli appassionati di rock di tutta Europa, e in particolari quelli della Gran Bretagna che già avevano modo di confrontarsi con un album di buona fattura del gruppo in questione, ricevettero un’importante conferma.

Un gruppo di giovani irlandesi di Limerick, cittadina dalla fama non trasparentissima (“the stab city” il soprannome che gli abitanti hanno voluto con forza scrollarsi di dosso ai tempi dell’esplosione della new economy in Eire) uscì col primo singolo del nuovo album. A dispetto del titolo del disco, “No Need to Argue” (ovvero, “non c’è bisogno di discutere”), la potenza del singolo, intitolato “Zombie“, saltò subito agli occhi e, soprattutto, alle orecchie di tutti.

Stiamo ovviamente parlando dei Cranberries, che al momento dell’uscita discografica non sanno ancora di aver prodotto “il” singolo della loro pur gloriosa carriera che conterà circa 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. La loro canzone di maggior successo pagherà però quello che è successo a diversi pezzi divenuti di dominio pubblico mondiale. Cantati a squarciagola ai concerti, suonati migliaia di volte dalle radio, infilati nella testa di persone magari completamente ignare della lingua inglese e, in generale, dei riferimenti del testo. “Zombie” è una delle canzoni rock più famose di tutti i tempi, al pari di “Sunday Bloody Sunday” degli U2 e poche altre, che parla dei “Troubles” e della guerra a Belfast, in Irlanda del Nord e che in generale ha versato fiumi di sangue in tutta la Gran Bretagna e in Eire, soprattutto nel secolo scorso. Secondo Dolores O’Riordan, compianta cantante dei Cranberries, una delle voci rock più graffianti della sua generazione e forse di tutta la storia della musica, il titolo si riferisce alla disumanizzazione della guerra, alla quale in Irlanda sono ormai assuefatti come in un film horror in cui ci si abitua a girare tra i morti viventi. Gli “Zombie” però sono anche quelli che non muoiono mai, la recrudescenza di una guerra che da un secolo sembra infinita, nonostante l’accordo del Venerdì Santo del 1998 che chiuse, almeno formalmente, la pagina più nera.

It’s the same old theme
Since nineteen-sixteen
In your head, in your head, they’re still fighting

With their tanks, and their bombs
And their bombs, and their guns
In your head, in your head, they are dying

(Zombie, Cranberries, 1994)

Il 16 luglio scorso un altro capitolo è stato scritto, sebbene fortunatamente solo in maniera simbolica. Un fortissimo valore immaginifico però ha sicuramente avuto il tricolore irlandese che ha sventolato nel cuore di Belfast e al centro del campo di Windsor Park, casa della squadra nordirlandese più titolata, il Linfield, e soprattutto della Nazionale locale. Stadio dedicato alla famiglia reale non per niente, il Linfield è la squadra lealista e più schierata a destra di Belfast, e il sorteggio dei preliminari di Champions League ha proposto una sfida beffarda e tutta irlandese contro i campioni dell’Eire, lo Shelbourne.

Al momento del sorteggio i media locali hanno caricato di grandi significati la sfida, sia a livello politico che sportivo. Un faccia a faccia tra club e, conseguentemente, tifoserie, schierate all’opposto sulla questione unionista, ma soprattutto lo scontro in Champions, seppur agli albori della fase preliminare, aveva il sapore di una sorta di “Supercoppa Irlandese” per un titolo che non è mai stato unificato dal momento dell’indipendenza della Repubblica d’Irlanda, separata dal Nord rimasto sotto il controllo di Londra. I campioni dell’Eire contro i campioni del Nord, di nuovo faccia a faccia in un incontro ufficiale come non avveniva da ben 20 anni.

Era il 2005, i campioni d’Irlanda erano sempre quelli dello Shelbourne che eliminarono quelli dell’Ulster, il Glentoran. La sfida però non è neanche lontanamente paragonabile a quella col Linfield: al di là del derby tra irlandesi, Shelbourne e Glentoran si ritrovavano non come rivali così acerrimi come si poteva pensare. Belfast è di fatto una città divisa in due, una città difficile, dove gli unionisti di Shankill — una delle arterie principali del centro città — sono stati ferventi sostenitori della Brexit. Dall’altro lato, i nazionalisti di Falls Road guardano invece con desiderio alla riunificazione con l’Irlanda. Protestanti e cattolici divisi nella stessa casa, pur con lo stesso sangue irlandese.

Avviene anche in Scozia, dove a Edimburgo i cattolici Hibs sfidano i protestanti Hearts, per non parlare dell’Old Firm tra Celtic e Rangers a Glasgow. A Belfast il derby è sempre tra maglie verdi e maglie blu, il Glentoran da una parte, il Linfield dall’altra. Ma qui c’è il primo stop: la divisione è cromatica ma anche il Glentoran è una squadra protestante, a Belfast non ci sono squadre formalmente “cattoliche“, l’ultima è stata sciolta quasi 70 anni fa ed ha una storia affascinante.

Il Linfield è da sempre considerato il club calcistico simbolo dell’unionismo nordirlandese, dove per tradizione i calciatori cattolici sono stati rarissime eccezioni. Non sorprende, quindi, che sia la squadra più detestata a Falls Road e in buona parte dell’Irlanda. Sul fronte opposto c’era il Belfast Celtic, storica formazione cattolica riconoscibile per le maglie a strisce orizzontali bianche e verdi, come l’omonima formazione di Glasgow. Ma la sua storia finì bruscamente nel 1949, per ragioni legate alla sicurezza, dopo un episodio scioccante avvenuto il 26 dicembre 1948.

Quel giorno, durante il tradizionale derby del Boxing Day contro il Linfield, la partita si concluse con un pareggio raggiunto all’ultimo minuto dagli unionisti. I tifosi del Linfield, esaltati e alterati dall’alcol, invasero il campo e aggredirono brutalmente i giocatori del Celtic. L’attaccante Jimmy Jones — autore di 74 gol in una sola stagione, un primato ancora imbattuto — venne colpito con tale violenza da subire la frattura di una gamba, che gli causò danni permanenti. Venne anche preso a calci mentre era ormai privo di sensi. Altri due compagni di squadra furono attaccati e riuscirono a mettersi in salvo solo grazie all’intervento negli spogliatoi. Dopo quell’evento, il Belfast Celtic non scese mai più in campo. Quello non era solo calcio: era religione, politica, identità. Era tutto. Con la polizia che era rimasta a guardare, il Belfast Celtic capì che non c’era più spazio in città.

Il derby di Belfast divenne quello dei Big Two: il Linfield contro il Glentoran, la squadra “inclusiva” che pur avendo radici protestanti tollera tifosi e giocatori cattolici, gioca in uno stadio, The Oval, dalle caratteristiche architettoniche uniche per il calcio britannico e veste anche una maglia che assieme al rosso e al nero sfoggia grandi quantità di verde, colore a dir poco bandito per quelli del Linfield. I Big Two si sfidano in calendario obbligatoriamente il 26 dicembre, a Belfast il Boxing Day deve coincidere con il derby e la rivalità tra Linfield e Glentoran resta una delle più accese della Gran Bretagna, nulla da invidiare ai giganti della Premier League inglese dal punto di vista del calore del pubblico.

Torniamo però al nostro 16 luglio 2025: è logico dunque che la sfida del 2005 contro il Glentoran non potesse essere alla stregua di quella contro gli odiati Blues di Windsor Park per gli Shels. La settimana precedente un gol di Mipo Odubeko aveva regalato allo Shelbourne un prezioso 1-0, ma il Linfield pensava che l’atmosfera di casa avrebbe cambiato tutto. Il match è stato però influenzato dall’espulsione di Ben Hall nel secondo tempo, con il Linfield rimasto in dieci dopo che il primo tempo si era chiuso sull’1-1 (vantaggio Shels di Ali Coote, pareggio su rigore di Chris Shields nel recupero).

Al triplice fischio finale il pareggio ha qualificato lo Shelbourne e la festa dei tifosi arrivati da Dublino è stata enorme nelle tribune di Windsor Park, anche perché, pur separati da misure di sicurezza straordinarie, i tifosi Blues si erano fatti sentire creando un clima intimidatorio per tutta la partita. L’apoteosi però è arrivata dopo la chiusura del match: il tricolore irlandese con la scritta “Shels” è stato idealmente piantato al centro del campo a Windsor Park, sventolato per la prima volta dopo decenni nel cuore della capitale nordirlandese. Lo spirito del Belfast Celtic è tornato così a vivere per una notte nel fortino lealista per eccellenza. La parola “Zombie” può avere di primo impatto un valore negativo, non se si conosce però la storia degli appassionati di calcio cattolici a Belfast e il loro immenso orgoglio: d’altronde, sempre per citare un film a tema, Jim Jarmusch aveva ricordato a tutti che, in fondo, “i morti non muoiono“. E il Belfast Celtic, per una volta, è tornato.

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Ritorno al City Ground

La rivalità tra Nottingham Forest e Liverpool è tornata quando nessuno poteva aspettarselo

Alle 21.00 di martedì 14 gennaio 2025 andrà in scena quello che può essere considerato il big match del turno infrasettimanale di Premier League. Il Liverpool di Arne Slot, primo della classe e lanciatissimo verso quello che sarebbe il primo titolo davanti ai suoi tifosi dal 1990 (nel 2020 a causa dell’emergenza Covid la squadra di Jurgen Klopp vinse a porte chiuse dopo la sospensione del campionato), sfiderà la più immediata inseguitrice.

Al contrario di tutti i possibili pronostici, la rivale è il Nottingham Forest di Nuno Espirito Santo. Il tecnico portoghese dopo l’esonero al Tottenham e l’esperienza araba è tornato in Premier League prima salvando il Forest nella scorsa stagione e quest’anno proiettandolo in zona Champions League, al momento a quota 40 punti a braccetto con l’Arsenal e a -6 dai Reds (che hanno però disputato una partita in meno).

Stavolta però non siamo qui per analizzare il “miracolo” Forest, se di miracolo si tratta, o per capire se Espirito Santo potrà davvero puntare al vertice (secondo Transfermarkt la rosa dei “Tricky Trees” è la decima per valore della Premier, meno di mezzo miliardo di euro mentre quella del Liverpool è la terza e sfiora il miliardo). Vogliamo invece celebrare il ritorno di una rivalità che da ormai 30 anni era sopita ma che alla fine degli anni ’70 era una delle più accese d’Inghilterra.

Reds contro Reds, il Forest andò a scuotere l’egemonia del Liverpool che tra il 1972 e il 1977 vinse tre volte la First Division, due volte la Coppa UEFA e la Coppa dei Campioni all’Olimpico di Roma contro il Borussia Monchengladbach. Ci fu il passaggio di consegue tra due leggende della panchina per il Liverpool, da Bill Shankly a Bob Paisley, ma mai i Reds si sarebbero immaginati di dover guerreggiare con altri Reds, per giunta arrivati dalla seconda divisione.

Colpa di un’altra leggenda della panchina: Brian Howard Clough, che arrivò dalla Serie B inglese a rompere le uova nel paniere alle grandi esattamente come aveva fatto al Derby County. Una favola che finì burrascosamente per il carattere impetuoso di “Cloughie”, veramente un tecnico che ha saputo anticipare i tempi anche dal punto di vista mediatico. Ma le polemiche lo travolsero e lo portarono lontano anche dal suo indispensabile braccio destro, Peter Taylor, che non se la sentì di seguirlo a Leeds, nella migliore squadra del Paese che raggiunse la finale di Coppa dei Campioni ma senza Clough, esonerato al culmine dei 44 giorni del “Maledetto United”.

Prima di arrivare in First Division, Clough si sciroppa, pur essendosi già autoproclamato da tempo miglior allenatore d’Inghilterra, due anni e mezzo di seconda divisione, ricongiungendosi nel 1976 con Peter Taylor. Nel 1977 il Forest agguanta la promozione nella massima serie da terzo in classifica, nessuno può immaginare quello che Clough e Taylor stanno costruendo, tantomeno il Liverpool.

Esattamente come aveva fatto un altro mostro sacro inglese della panchina, Alf Ramsey con l’Ipswich Town, il Nottingham Forest vince la First Division da neopromossa e lo fa dominando il campionato dall’inizio alla fine. Il Liverpool, favorito della vigilia, finisce a 8 punti di distanza, dedicandosi alla fine più al sopra citato trionfo in Coppa dei Campioni. Clough però ha costruito il trionfo con una maniacalità certosina, a partire da una rosa in cui si era portato i fedelissimi scozzesi John O’Hare, John McGovern e Archie Gemmill, ai quali aveva aggiunto anche la formidabile ala sinistra John Robertson, dal tecnico stesso definito “Il Picasso del Calcio”. In più, alcuni giocatori destinati a diventare delle leggende della Nazionale inglese come il Peter Shilton o Viv Anderson, che sarà il primo calciatore nero nella storia della Selezione dei Tre Leoni. Alla fine della stagione, Clough regalerà una delle sue frasi celebri: “Sono così stanco che non riesco neanche ad alzare questa coppa di champagne”. Festeggiare sì, ma pur sempre con stile, siamo inglesi perbacco.

Il Liverpool va a sbattere al City Ground nel boxing day del 1976, un pareggio così come il ritorno ad Anfield. Si trovano di fronte una tonalità di rosso simile alla loro, lo storico “Garibaldi Red” che per il Forest è motivo di vanto. La verità però è che dalle parti di Anfield poco si curano della nascita di una possibile nuova rivalità; l’obiettivo era la Coppa dei Campioni e anzi il Forest ha impedito un’eventuale affermazione dell’odiato Everton, che si era fatto molto minaccioso ad un certo punto del campionato. C’è però una premessa da non sottovalutare: oltre al titolo di campione Nazionale, il Forest conquista nella sua stagione magica anche la Coppa di Lega battendo in finale proprio il Liverpool: John Robertson ha segnato dal dischetto il gol della vittoria, a Terry McDermott è stato poi annullato un pareggio per fallo di mano dopo che sembrava aver toccato la palla di petto. Ruggine che è una delizia per la voglia di gettare benzina sul fuoco di Brian Clough.

Tutto è destinato a cambiare al momento del sorteggio dei sedicesimi di finale della Coppa dei Campioni. Ci sono due squadre inglesi nell’urna, il Forest come campione d’Inghilterra, il Liverpool come detentore della Coppa dalle grandi orecchie. L’emozione è esponenziale dalle parti del City Ground visto che per il Forest sarà la prima partita in assoluto non solo in Coppa dei Campioni, ma nelle coppe europee in generale. Il sorteggio è integrale all’epoca, può capitare di tutto: dall’estremo nord della Scandinavia a leggende come Real Madrid e Juventus, contro la quale Clough si prenderebbe volentieri una rivincita, ma magari non al primo turno. Viaggi esotici, mete lontane, magari un bel bagno a Malta o il fascino di città come Vienna o Istanbul. Tutto è possibile, anche che l’urna dica… Liverpool.

Non solo un’Europa che Europa non è, ma la sfida ai campioni in carica, potenzialmente la più difficile del lotto. La delusione è grande ma non per Clough, micidiale stratega: sa che il peso mediatico del Liverpool è forte, facendolo saltare al primo turno l’Inghilterra accompagnerebbe il Forest come non farebbe con gli ingombranti altri “Reds” in corsa. Inoltre, sarebbe un monito a tutte le altre avversarie: eliminare i campioni in carica da esordienti sarebbe un biglietto da visita impossibile da ignorare.

Il Liverpool era al culmine di un ciclo fatto di talento e campioni aggiunti alla rosa, tassello dopo tassello. Dalglish era rapidamente diventato il nuovo beniamino della Kop e si erano uniti a lui Graeme Souness e Alan Hansen. Il resto della squadra aveva accumulato titoli e trofei europei. Ray Clemence, Phil Neal, Tommy Smith, Thompson, Ray Kennedy, Emlyn Hughes, Jimmy Case, McDermott e Ian Callaghan erano all’epoca tutti tra i giocatori più titolati d’Europa.

La sfida d’andata si giocò al City Ground ed è considerata uno dei capolavori tattici di Brian Clough. Garry Birtles portato in vantaggio il Forest a metà del primo tempo, ma il Liverpool credeva che una sconfitta per 1-0 fosse gestibile, con Paisely che invitò i suoi a non accendere la partita come gli avversari avrebbero voluto. A tre minuti dalla fine però proprio uno dei suoi pretoriani, Souness, scappò in proiezione offensiva lasciando una voragine della quale i contropiedisti di Clough non potevano con approfittare, con Colin Barrett che segnò il clamoroso 2-0.

Nonostante il netto punteggio dell’andata, in molti credevano ancora che le foche caudine di Anfield sarebbero state un ostacolo insuperabile per una squadra sulla carta inesperta come il Forest. Paisley, che era quanto di più lontano da Clough negli atteggiamenti, si fece addirittura dare un passaggio dal pullman degli avversari per arrivare ad Anfield. Altri tempi, altro calcio, altri personaggi. E anche altre partite, una folle battaglia che vide il Forest uscire con lo 0-0 probabilmente più prezioso della sua storia. La targa “This is Anfield”, impossibile non vedere quando si entra in campo, non aveva fatto tremare ai ragazzi terribili: il Garibaldi Red era diventato il colore dominante e non solo per quella notte.

Il capolavoro di Clough, come sempre genio della prospettiva e mai incline ad accontentarsi, fu capire che Garry Birtles era un bravo ragazzo ma per vincere la Coppa dei Campioni serviva altro. E andò a prendere Trevor Francis per 999.999 sterline, per non far parlare la stampa del primo acquisto da un milione di sterline nella storia del calcio inglese, anche se poi di fatto così fu.

Il Liverpool alla fine sconfisse la squadra di Clough al settimo tentativo nel dicembre 1978. Fu una vittoria significativa, anche se un po’ di Pirro. La vittoria per 2-0 sul Merseyside pose fine alla serie di 42 partite imbattute del Forest. La squadra di Paisley vinse il titolo, pareggiando al City Ground lungo il percorso, ma il Forest aggiunse un’altra Coppa di Lega e la Coppa dei Campioni alla propria sala dei trofei, proprio grazie a un gol di Trevor Francis nella finalissima contro il Malmö.

Nella stagione 1979-80 la rivalità Forest-Liverpool ha raggiunto il suo apice, con le squadre si sono affrontate cinque volte, quattro delle quali concentrate in meno di un mese. Il Forest ha vinto la partita di campionato in casa di misura nel mese di settembre, poi i club si sono affrontati in entrambe le coppe nazionali. La prima tappa della semifinale di Coppa di Lega si è svolta al City Ground quattro giorni prima della sfida di FA Cup. Il Forest ha ottenuto un successo di 1-0 alla ricerca della terza finale consecutiva di Coppa di Lega, ma ha perso la partita di FA Cup per 2-0. La squadra di Clough ha sigillato il suo posto a Wembley con un pareggio per 1-1 ad Anfield nella semifinale di ritorno, prima di perdere per 2-0 cinque giorni dopo, finendo nove punti dietro il Liverpool nella corsa al titolo.

Tutti e quattro questi incontri sono stati caratterizzati da feroci contrasti e scambi di battute feroci, soprattutto da parte di un Clough che puntava di nuovo al massimo in campo europeo. Il Forest vinse una seconda Coppa dei Campioni nel 1980, ma perse la finale di Coppa di Lega contro il Wolverhampton Wanderers. Il Liverpool ottenne il suo 12° titolo. Il Forest non avrebbe mai più raggiunto le vette di queste tre stagioni frenetiche ed emozionanti. In quel periodo la squadra di Clough perse solo tre volte nelle sue 13 partite contro una vera superpotenza del calcio come il Liverpool e si impose in tutti gli scontri più significativi.

La rivalità andò spegnendosi: il destino avrebbe riunito di nuovo Liverpool e Forest per due semifinali di FA Cup nel 1988 e nel 1989. Entrambe si sono svolte a Hillsborough. La prima si è svolta senza incidenti. La seconda è diventata tragicamente uno dei giorni più tristi della storia del calcio e ha causato la morte di 97 persone.



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Alessandro Iacobelli

Lo Bello, vita da arbitro

Storia della più famosa dinastia italiana di giacchette nere, di padre in figlio.

I Lo Bello, Concetto e Rosario, sono i protagonisti di una storia vera incastonata nell’epoca più romantica del calcio italiano. Classe 1924 il primo, classe 1945 il secondo, padre e figlio con fischietto in bocca e un gesticolare perentorio.

Siracusani doc, allievi di una Sicilia illustre. Concetto, trasformato in autentica istituzione del nostro pallone, riscriverà di fatto il manuale dell’arbitro fermo e inappuntabile. Un Collina ante litteram precursore, vedi l’intervento alla Domenica Sportiva per ammettere un proprio errore di valutazione, temuto dai più sul rettangolo verde. La bellezza di 328 gare dirette in Serie A, oltre a una novantina di incontri in ambito internazionale tra club e selezioni nazionali. Dagli albori a cavallo tra anni ’50 e ’60 del secolo scorso fino all’ultimo ballo nel 1974, con la finale di Coppa Uefa tra Tottenham e Feyenoord.

Concetto indossa con stile inarrivabile i panni del direttore di contese senza timori reverenziali. E’ lui ad arbitrare due finalissime di Coppa dei Campioni (Manchester United-Benfica del 1968 e Feyenoord-Celtic del 1970), un atto conclusivo della Coppa Intercontinentale tra Real Madrid e Peñarol, oltra alle finali di Coppa delle Fiere 1965-1966 e Coppa delle Coppe 1966-1967. Sul pluridecorato Curriculum pure match clou in Serie A come Bologna-Inter (spareggio scudetto stagione 1963-1964) o Cagliari-Juventus nel 1969-1970 che manderà in visibilio il popolo sardo con la vittoria del titolo di Riva e compagni. Sarà poi, nella vita al di fuori del calcio, figura politica e dirigente sportivo. Il 20 febbraio 1972, in diretta tv, fa una cosa del tutto imprevedibile all’epoca e anche oggi ammettendo l’errore nel rigore non concesso in Milan-Juventus per fallo di Morini su Bigon.

Eccoci a Rosario. Di padre in figlio si direbbe. Sì, frase questa che calza a pennello. L’altro Lo Bello magari non può vantare le vette toccate dall’adorato padre, ma resta uno dei fischietti più in voga degli anni ’80. In uno stivale pallonaro impreziosito da fuoriclasse del calibro di Maradona, Van Basten, Platini, Falcao e Rummenigge, Rosario si distingue e fa pure discutere. Basti pensare all’infuocato Verona-Milan al Bentegodi del 22 aprile 1990. Espulsi Sacchi, Van Basten, Rijkaard e Costacurta tra i rossoneri. Diavolo in furia. Hellas esultante per 2-1 e scudetto che finisce sul petto del Napoli. Sul taccuino da annotare tre finali di Coppa Italia e una miriade di big match di campionato (derby della Capitale, derby di Torino, Juventus-Roma, Inter-Napoli, Juventus-Milan e Napoli-Milan). Internazionale dal 1983, funge da guardalinee (arbitro Bergamo) nella finalissima degli Europei 1984 tra Francia e Portogallo.

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Alessandro Iacobelli Allenatori

Zeman a Lecce: mambo salentino

L’incredibile stagione del Boemo nell'”altra” Puglia, 10 anni dopo la fine di Zemanlandia a Foggia

“Fore de capu” con il Lecce di Zeman. “Mambo salentino“, hit estiva firmata Amoroso-Boomdabash, riporta cuore e mente dei tifosi giallorossi a quella folle stagione 2004-2005 vissuta con il condottiero boemo al timone della truppa salentina.

E non poteva che riproporsi dalla Puglia Zemanlandia, dopo l’epopea di Foggia, in tutto il suo fantasmagorico splendore. Libertà di agire al comando di un gruppo già forgiato al gioco spiccatamente offensivo da Delio Rossi nelle annate precedenti. Il mister di Praga torna quindi ad insegnare pallone come solo lui sa fare e, onestamente, come non avveniva da qualche tempo. Il 4-3-3 non è sindacabile e, fin dal principio della preparazione estiva, lo spogliatoio segue le direttive senza esitazioni. La partenza è degna del miglior Schumacher alla guida della Ferrari. Pari 2-2 a Bergamo all’esordio, roboante 4-1 in casa ai danni del Brescia alla seconda, altro 2-2 all’Olimpico con la Roma e successo 3-1 sul Cagliari al Via del Mare. A Verona contro il Chievo il primo tonfo, per poi ripartire di slancio con le vittorie su Palermo e Messina (entusiasmante l’1-4 sui peloritani), oltre all’ottimo punto strappato al cospetto dell’Inter.

Zemanlandia, si sa, è croce e delizia. In una stagione dai due volti, strepitoso girone di andata e seconda parte fisiologicamente più difficoltosa, spiccano in negativo le 73 reti subite (peggior retroguardia del torneo) e alcune batoste patite nell’arco del campionato. Dal rovinoso poker per mano della Fiorentina al Franchi, ai due netti scivoloni con la Sampdoria (1-4 in casa e 3-0 al Ferraris) passando per i 5-2 di San Siro col Milan e al Delle Alpi con la Juventus. Sole e tempesta, appunto. Lampi di fuochi d’artificio però illuminano il primo maggio 2005 con i salentini che annichiliscono 5-3 la malcapitata Lazio con i timbri di Dalla Bona, Vucinic (doppietta) e Diamoutene. Al culmine del campionato sarà undicesimo posto e salvezza più che tranquilla con lo scettro di secondo miglior attacco dietro la Juventus con la bellezza di 67 gol messi a segno. E in Coppa Italia? Montagne russe, che domande! I giallorossi infatti salutano la kermesse tricolore agli ottavi di finale. Nel doppio confronto contro l’Udinese di Luciano Spalletti, Ledesma e compagni capitolano tra le mura amiche 4-5 (con tanto di incredibile rigore parato dall’attaccante Di Michele a Vucinic all’ultimo minuto) ed espugnano inutilmente il Friuli per 3-4.

In quella indelebile annata singoli talenti brillano nel firmamento calcistico italiano. Cassetti sfreccia sul settore destro, l’uruguagio Giacomazzi dipinge trame esemplari tra mediana e trequarti, in avanti il tandem Vucinic-Bojinov fa impallidire le retroguardie avversarie. Il Luna Park del boemo è tornato al centro del villaggio ma l’avventura durò un solo anno, con la foschia di Calciopoli che portò Zeman ad abbandonare la panchina prima della fine dell’ultimo 3-3 col Parma. Come per il Foggia, i successivi ritorni in panchina non ripristinarono l’antica magia.