A Zenica l’Italia prova a rompere il grande tabù della sua storia recente: da 4 volte campione del mondo a reietta del Mondiale. Ma i tabù, per essere spezzati, necessitano rispetto degli “Dèi”, almeno quelli del calcio… e dell’avversario.
La scena che avremmo tutti evitato, soprattutto quelli che il calcio lo masticano e frequentano da un po’ e ne conoscono tutte le leggi non scritte. Alla fine di una serata valsa un bel sospiro di sollievo, il 2-0 all’Irlanda del Nord che non ha ancora scacciato l’incubo della mancata qualificazione Mondiale, ma ha almeno allontanato gli spettri di quando contro la Macedonia facemmo una bella frittata, è stato trasmesso in diretta nazionale un siparietto che ha lasciato abbastanza basiti.
Alcuni giocatori Azzurri (inutile fare i nomi, è questione di forma più che di sostanza) esultano in maniera convinta nell’osservare i tiri di rigore che a Cardiff cambiano un verdetto che pareva ormai scritto: non sarà il Galles, ma la Bosnia l’ultimo ostacolo per la squadra di Gattuso verso il Nord America. In tanti hanno provato a gettare acqua sul fuoco ma non per niente l’unico che lì in mezzo, nel carrozzone Rai, a calcio ci ha giocato, ovvero Lele Adani, è stato quello che si è incazzato più di tutti. Esultare per aver pescato un avversario piuttosto che un altro può solleticare i dispettosissimi Déi del calcio ma, anche senza scomodare la scaramanzia che nello sport ha sempre comunque un posto se non a bordo campo almeno negli Sky Box, qualcosa sembra non tornare comunque. L’ha spiegato Edin Dzeko in conferenza stampa: “L’esultanza di Dimarco e altri dopo i rigori di Cardiff? Nessun problema, anch’io non volevo giocare con l’Italia. Al giorno d’oggi con i social serve intelligenza, perché ogni cosa può scivolare da un’altra parte. Ci vuole attenzione. Tutti abbiamo visto cosa è successo, e tutto viene ingigantito, però è normalissimo“.
“Dimarco mi ha scritto che non voleva offendere nessuno, gli ho risposto: ma di che parliamo? Non ci sono problemi. La cosa che non capisco piuttosto è un’altra: non so perché non volevano giocare in Galles, noi lì abbiamo vinto. L’Italia è una nazionale incredibile, ha vinto quattro mondiali, se ha paura di giocare in Galles qualcosa non funziona. Dobbiamo vederla in questo modo, possono soffrire tanto anche con noi. Gli azzurri si giocano tanto dopo due Mondiali mancati, vuol dire che hanno paura“.
Il capitano della Bosnia, dall’alto dei suoi 40 anni, ha colto nel segno: c’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa il fallimento dalla redenzione. Per l’Italia passa da Zenica, da una notte di fine marzo e da uno stadio che promette di ribollire di passione. L’ultimo ostacolo sulla strada verso il Mondiale 2026 ha il volto della Bosnia ed Erzegovina, una squadra meno celebrata ma tutt’altro che marginale, capace di costruire il proprio percorso con solidità e carattere. La reazione vista rende la domanda spontanea, alla Lubrano: gli Azzurri cosa conoscono dei loro avversari?
Un cammino costruito con equilibrio
La Bosnia arriva a questo appuntamento dopo un girone di qualificazione che merita attenzione. Inserita nel gruppo H, ha chiuso al secondo posto con 17 punti, alle spalle dell’Austria, che ha ottenuto il pass diretto per il Mondiale.
Cinque vittorie, due pareggi e una sola sconfitta raccontano di una squadra continua, capace di non perdere mai davvero il filo del discorso. Anche i numeri confermano questa impressione: 17 reti segnate, appena 7 subite. Un equilibrio da non sottovalutare, che unisce efficacia offensiva e compattezza difensiva.
La Bosnia è rimasta in corsa per il primo posto fino all’ultima giornata, quando l’1-1 nello scontro diretto con l’Austria ha chiuso definitivamente i giochi. Un dettaglio non secondario: non è una squadra che si accontenta, ma una che prova a restare agganciata fino alla fine.
Cardiff, la prova del carattere
Se il girone ha mostrato la solidità, la semifinale play off contro il Galles ha rivelato l’anima più profonda di questa nazionale. A Cardiff la partita ha preso subito una piega complicata. Il Galles ha dominato il primo tempo, colpendo anche un palo con Wilson e creando occasioni a ripetizione. La Bosnia ha resistito, senza scomporsi.
Il colpo sembrava arrivare al 51’, quando Daniel James ha trovato un gol spettacolare dalla distanza. In quel momento la qualificazione sembrava indirizzata. E invece, a quattro minuti dalla fine, è arrivato il segnale che questa squadra non si arrende: Edin Dzeko, con un colpo di testa, ha rimesso tutto in equilibrio. Nei supplementari l’inerzia si è ribaltata, con la Bosnia vicina al colpo decisivo. Poi i rigori, e lì è emersa un’altra qualità fondamentale: la freddezza. Gli errori gallesi e la parata decisiva di Nikola Vasilj hanno aperto la strada al penalty vincente del giovanissimo Kerim Alajbegovic.
Barbarez, il commissario tecnico senza apprendistato
Alla guida della Bosnia c’è una figura particolare, quasi simbolica: Sergej Barbarez. Nato a Mostar, 54 anni, è stato un attaccante di grande livello in Bundesliga, dove ha collezionato 330 presenze tra Hansa Rostock, Borussia Dortmund, Amburgo e Bayer Leverkusen, diventando il giocatore straniero più presente nella storia del campionato tedesco. Con la nazionale bosniaca ha lasciato un segno profondo: 47 presenze e 17 gol. La sua nomina, nell’aprile 2024, è stata una scelta controcorrente. Nessuna esperienza precedente da allenatore, nessun passaggio intermedio nei club. Un salto diretto sulla panchina della nazionale.
La sua idea di calcio è chiara: meno ossessione per il possesso, più attenzione alla concretezza. Adattarsi alla partita, avere coraggio nei momenti decisivi. Una filosofia pragmatica, che rende la Bosnia una squadra difficile da leggere e da affrontare.
Dzeko, il tempo sospeso
Nel cuore di questa squadra c’è ancora lui, Edin Dzeko. Quarant’anni compiuti, ma una presenza che va oltre i numeri, pur straordinari: 147 presenze e 73 gol con la nazionale.
È il simbolo del calcio bosniaco, il punto di riferimento tecnico ed emotivo. Chi lo ha seguito in Serie A conosce bene il suo repertorio: capacità di fare reparto da solo, intelligenza nei movimenti, senso del gol che non invecchia. L’ultima esperienza non lusinghiera alla Fiorentina aveva però fatto pensare a una vecchia gloria ormai in disarmo.
Nel girone di qualificazione ha segnato cinque reti. Ma è il gol al Galles, all’86’, a raccontarlo meglio di qualsiasi statistica: essere al posto giusto, nel momento giusto, quando la pressione è massima. Contro l’Italia, Dzeko gioca probabilmente l’ultima grande occasione della sua carriera internazionale. E questo, da solo, basta a renderlo pericoloso.
Una squadra che unisce generazioni
Accanto al capitano si muove una Bosnia costruita con equilibrio anche nella composizione del gruppo. In attacco, Ermedin Demirovic dello Stoccarda porta mobilità e imprevedibilità. È il complemento ideale di Dzeko, capace di allargare il gioco e attaccare gli spazi. Sulle fasce, Sead Kolasinac, ben noto ai tifosi dell’Atalanta, garantisce esperienza e forza fisica, mentre Amar Dedic (in forza al Benfica di José Mourinho) rappresenta la nuova generazione: corsa, qualità e spinta continua.
A centrocampo, Benjamin Tahirovic (ex Roma e ora in Danimarca, al Brøndby) è uno dei nomi più interessanti. Classe 2003, dinamico e ordinato, è fondamentale nel collegare le due fasi. Accanto a lui, profili più esperti assicurano equilibrio. In difesa, Tarik Muharemovic (altra conoscenza della nostra Serie A, al Sassuolo) si è distinto per solidità, mentre in porta Nikola Vasilj, portiere del St. Pauli in Bundesliga, ha già dimostrato di saper reggere la pressione nei momenti decisivi. E poi c’è Kerim Alajbegovic, gioiellino del Salisburgo: diciotto anni e una personalità fuori scala, capace di prendersi il rigore decisivo in una semifinale play off.
Struttura e idee di gioco
La Bosnia si dispone prevalentemente con un 3-5-1-1, un sistema che privilegia compattezza e organizzazione. All’occorrenza, però, può cambiare pelle e trasformarsi in un 4-3-3 o in un 4-2-3-1, con Barbarez che a livello di modulo è tutt’altro che un integralista.
Non cerca il dominio del possesso, ma lavora sulle transizioni. Difende con ordine e riparte con rapidità, sfruttando gli esterni e la presenza fisica di Dzeko come punto di riferimento. È una squadra che accetta di soffrire, ma che sa colpire quando si aprono gli spazi. Proprio per questo può diventare un avversario scomodo per chi, come l’Italia, tende a costruire il gioco.
Una storia ancora incompleta
La Bosnia ha partecipato una sola volta a un Mondiale, nel 2014 in Brasile, esattamente nell’ultima edizione che ha visto protagonista anche l’Italia. Un evento storico per un paese che, dopo l’indipendenza del 1992, ha dovuto ricostruire anche il proprio sistema calcistico.
Quell’esperienza si è chiusa ai gironi, ma ha lasciato un segno. Da allora, però, la nazionale non è più riuscita a qualificarsi per una grande competizione. C’è un dato curioso che racconta bene questa anomalia: la Bosnia è l’unica nazionale ad aver giocato un Mondiale senza aver mai partecipato a un Europeo.
I precedenti e il fattore Zenica
La storia dei confronti diretti è favorevole agli Azzurri: quattro vittorie, un pareggio e una sconfitta. L’ultimo incrocio, nel 2024, si è chiuso con un successo italiano firmato Frattesi. C’è poi un elemento che non compare nelle statistiche ma pesa quanto e più dei numeri: lo stadio.
Il Bilino Polje di Zenica, con i suoi quindicimila posti, è destinato a trasformarsi in una bolgia. Il pubblico bosniaco è caldo, continuo, capace di accompagnare ogni azione con un’intensità quasi fisica. Per l’Italia sarà una prova anche mentale, prima ancora che tecnica, senza dimenticare anche il fattore maltempo, con il terreno di gioco dell’impianto che è stato messo a dura prova negli ultimi giorni dalla pioggia e persino da una giornata di neve.
Novanta minuti per cambiare il destino
La partita si giocherà martedì 31 marzo alle 20:45. Se servirà, ci saranno supplementari e rigori. Non esiste un piano B: chi vince va al Mondiale, chi perde resta fuori. L’Italia arriva a questo appuntamento con il peso delle esclusioni del 2018 e del 2022 ancora addosso. La Bosnia, al contrario, ha l’entusiasmo di chi sente di avere tutto da guadagnare. È questo il paradosso della sfida: da una parte la pressione, dall’altra la libertà. Per gli azzurri di Gattuso sarà necessario trovare equilibrio tra qualità e nervi saldi. Perché la Bosnia ha già dimostrato una cosa: può soffrire, può resistere, può colpire all’ultimo momento. E in una notte come questa, basta un attimo per cambiare tutto: nonostante le quote dei bookmaker e il ranking FIFA (12ª l’Italia, solo 66ª la Bosnia) confermino l’ottimismo della vigilia, è decisamente meglio non esultare prima, sperando che i sopra citati dispettosi Dei per una volta si siano distratti al momento giusto.
