Nico Paz, attuale stella del Como e della Serie A, è figlio d’arte di un difensore che animò un’incredibile vicenda di mercato che coinvolse la Roma di Zeman alla fine degli anni ’90
La storia di Nico Paz, oggi una delle certezze più luminose del Como e ormai una presenza temuta da buona parte della Serie A, affonda le radici in un passato che intreccia talento, famiglia e uno dei più clamorosi equivoci di mercato del calcio italiano degli anni Novanta. Perché dietro l’asso che illumina il gioco lariano c’è un cognome che avrebbe potuto avere un destino molto diverso anche nel nostro campionato. Paz, infatti, non è soltanto il nome stampato sulla maglia di Nico, ma quello di Pablo, suo padre, ex difensore argentino protagonista di una vicenda a metà tra il grottesco e la leggenda metropolitana, che lo tenne lontano dalla Serie A quando sembrava ormai a un passo dal grande salto.
Nico Paz è un figlio d’arte nel senso più autentico del termine. Pablo Paz ha avuto una carriera lunga e rispettata, sviluppatasi dai primi anni Novanta fino al 2013, iniziata nel Newell’s Old Boys, lo stesso club in cui muoveva i primi passi un giovanissimo Lionel Messi. Un dettaglio che oggi assume un valore quasi simbolico, considerando come Messi sia diventato l’idolo calcistico di Nico. Dall’Argentina all’Europa, Pablo si è costruito una carriera solida, arrivando fino alla Nazionale albiceleste, con cui ha collezionato 23 presenze e partecipato al Mondiale del 1998. È stato lo stesso Nico a raccontare come il padre, fedele alla tradizione argentina, gli abbia messo un pallone tra i piedi appena ha iniziato a camminare, trasmettendogli non solo una passione, ma una vera e propria visione del calcio: il fulbo (come viene chiamato in Argentina) come espressione di libertà prima ancora che di schemi.
Il rapporto tra Nico e suo padre è centrale nella crescita del talento oggi ammirato in Serie A. In più occasioni il centrocampista del Como ha sottolineato quanto Pablo sia stato determinante nella sua formazione, seguendo ogni sua partita da bambino e fungendo da guida costante. Anche le scelte più personali raccontano questo legame profondo: il numero 79 scelto da Nico è un omaggio all’anno di nascita della madre, a testimonianza di come la dimensione familiare sia sempre stata un pilastro della sua carriera. Non sorprende, dunque, che il percorso calcistico di Nico sia iniziato proprio nei luoghi in cui Pablo ha chiuso la sua avventura da calciatore, alle Isole Canarie, dove il figlio ha cominciato ad allenarsi respirando un calcio fatto di tecnica e creatività.
La scuola calcistica dell’arcipelago, negli ultimi vent’anni, ha prodotto giocatori come David Silva, Pedro e Pedri, ed è storicamente associata a uno stile elegante, basato sul controllo del pallone e sulla capacità di risolvere le situazioni nello stretto. Nico assorbe questi principi nelle giovanili del Tenerife, il primo vero trampolino che lo proietta verso la Fábrica del Real Madrid, uno dei vivai più prolifici e prestigiosi al mondo. Da lì, il passaggio al Como lo consacra definitivamente agli occhi del pubblico italiano, rendendolo uno dei prospetti più affascinanti dell’intero campionato.
Eppure, molto prima che Nico diventasse una stella della Serie A, anche Pablo Paz era stato a un passo dal calcare i campi italiani. L’episodio risale al 1997, ai tempi della prima Roma di Zdeněk Zeman. Il tecnico boemo era alla ricerca di un difensore centrale e aveva indicato una lista precisa di nomi. Il preferito era Nadal, seguito da N’Gotty, Paganin e, appunto, Paz. In quel periodo l’argentino militava nel Tenerife, squadra che l’anno precedente aveva inflitto una clamorosa eliminazione alla Lazio di Zeman, vincendo 5-3 al ritorno dopo il 2-1 dell’andata. In quella storica partita, Paz aveva formato la coppia difensiva con César Gómez, distinguendosi per personalità e attenzione difensiva.
Il problema nasce in un’epoca in cui il calcio non era ancora dominato da database, video on demand e statistiche a portata di clic. I nomi sulle maglie non c’erano e i ricordi, a distanza di tempo, potevano facilmente confondersi. Zeman chiese ai suoi collaboratori informazioni su quel difensore che aveva marcato Casiraghi in quella gara memorabile. La risposta fu vaga e fatale: «Mister, ricordiamo solo che il cognome finiva per zeta». Da lì, l’equivoco divenne realtà e la Roma si ritrovò a chiudere per il giocatore sbagliato.
Ad arrivare nella Capitale fu César Gómez, mentre Pablo Paz rimase al Tenerife. Zeman non nascose mai il proprio disappunto e, alla prima occasione utile, rese pubblico il malcontento con parole che suonarono come una sentenza: esistevano difensori più forti di Gómez, e tra quelli segnalati al presidente Sensi c’erano altri profili. Ma il mercato aveva fatto il suo corso. Gómez si rivelò una delle meteore più costose della storia giallorossa: sei miliardi di lire per quattro anni di contratto, per un totale di appena 88 minuti giocati, quasi tutti concentrati in un derby perso 3-1, nonostante la Roma fosse in superiorità numerica. Da lì in poi, per lo spagnolo, più che una carriera si aprì una leggenda tragicomica, alimentata da ironia e amarezza. Dal tifoso che lo avrebbe chiamato verso la rete che divideva il campo di allenamento di Trigoria dalla tribuna dicendoli: “A Cesar Gomez, vie’ qua che te firmo un autografo!” fino al mito di un autoconcessionario aperto nella Capitale.
Pablo Paz, invece, non approderà mai in Serie A. La sua carriera proseguirà altrove, lontano dall’Italia e da quell’occasione sfumata per un dettaglio tanto banale quanto decisivo. Oggi, però, il cognome Paz risuona forte nel nostro campionato grazie a Nico, che con le sue giocate ha in qualche modo chiuso il cerchio. È facile immaginare Pablo, ora spettatore orgoglioso, godersi ogni tocco del figlio sulle rive del Lario, consapevole che il destino, a volte, sa prendersi strane rivincite. Anche quando passano da un equivoco finito con la… zeta.
