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Club Fabio Belli

Ode ai New York Mets

Una riflessione su ciò che si può amare incondizionatamente nonostante continui a deluderci

“Ho una fotografia della trasferta contro i QPR, il sabato dopo la tragedia dello Swindon. George Armstrong si sta rialzando, dopo aver segnato il gol decisivo in una partita vinta per 1-0; David Court sta correndo verso di lui, con le braccia in alto in segno di trionfo. In cima alla tribuna si vedono i tifosi dell’Arsenal che risaltano contro la sagoma di un condominio dietro allo stadio, anche loro con le braccia al cielo. Non riuscivo a capire assolutamente niente di quello che vedevo su quella foto. Cosa poteva importare ai giocatori, dopo il modo in cui si erano umiliati (e avevano umiliato me, naturalmente) sette giorni – dico sette giorni – prima? Perché mai un tifoso che aveva sofferto a Wembley quello che avevo sofferto io si alzava per applaudire un gol da niente in una partita da niente? A volte arrivavo a fissare quella foto per minuti interi, in cerca di un qualche segno del trauma della settimana precedente, di una qualche traccia di dolore o di lutto, ma non ne trovavo: a quanto pare tutti, tranne me, avevano dimenticato”.

Un gol da niente in una partita da niente. Quando Nick Hornby in “Febbre a 90“, best seller di cui si è scritto ormai tutto lo scrivibile, racconta della sua prima grande delusione calcistica, la sconfitta in finale di Coppa di Lega dell’Arsenal contro lo Swindon Town, allora formazione di Terza Divisione con quella partita che resta ancora un famosissimo “upset” del calcio inglese, regala un primo grande punto di contatto con il lettore e il tifoso medio. Tutti si sono trovati a masticare delusioni amare, ma quel senso di straniamento nel provare gioia al gol successivo della propria squadra, magari nella partita successiva che valeva sportivamente un centesimo di quella persa, è la vera prova del nove da superare per dimostrare quanto la propria fede possa essere incrollabile.

È da qui che bisogna partire per raccontare “Ode to the Mets”, la canzone con cui gli Strokes chiudono The New Abnormal, uno dei loro dischi più celebrati. Non è una canzone sul baseball nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più sfuggente e, proprio per questo, molto più universale. Julian Casablancas raccontò di aver iniziato a scriverla dopo una sconfitta dei New York Mets, la squadra della sua infanzia e che resta ancora al centro del suo cuore da tifoso, nonostante per una rockstar le lusinghe degli Yankees potrebbero essere molto più suadenti. Il cantante era rimasto colpito dall’ennesima delusione sportiva e aveva cominciato a scrivere mentre tornava a casa in metropolitana. Il titolo nacque quasi per scherzo, ma rimase. A spiegare perfettamente il senso della canzone fu Fabrizio Moretti, il batterista degli Strokes: si trattava di qualcosa a cui dai il tuo cuore, che ami incondizionatamente e che continua, puntualmente, a deluderti. Una definizione che potrebbe essere applicata benissimo a una squadra di calcio. A una città. A una famiglia. A un padre. O, forse, a tutte queste cose contemporaneamente.

L’amore non impara mai la lezione

C’è una strofa di “Ode to the Mets” che sembra quasi una fotografia di questo sentimento, cantata da Julian nel finale del pezzo lirico e amatissimo dai fans: “Gone now are the old times”. I vecchi tempi sono finiti. È una constatazione malinconica, quasi rassegnata. Ma non è necessariamente un addio. Perché il punto della canzone è proprio questo: sapere che qualcosa è cambiato, sapere che le cose non torneranno più esattamente come prima e, nonostante tutto, continuare a sentirsi legati a quella cosa. È il paradosso del tifo. Dopo una finale persa all’ultimo minuto, dopo un mercato incomprensibile, dopo una retrocessione, dopo sessant’anni di attesa, dopo l’ennesima stagione nella quale hai cominciato a sperare e hai finito per chiederti perché lo avessi fatto ancora una volta. E invece il tifoso torna. Sempre. Compra l’abbonamento, ricompra la sciarpa, rimette la maglia, torna allo stadio. E quando ricomincia il campionato, ricomincia anche lui.

Hearts, (in)glorious Hearts

Prendiamo gli Hearts (di cui avevamo già parlato non molto tempo fa per le velleità da moneyball del suo proprietario). Per una squadra che vive fuori dal duopolio Celtic-Rangers, vincere il campionato scozzese è qualcosa che assomiglia quasi a una rivoluzione. L’ultimo club non appartenente all’Old Firm a riuscirci era stato l’Aberdeen di Alex Ferguson nel 1984-85. Quarant’anni di dominio quasi ininterrotto avevano trasformato lo Scottish Premiership in una storia scritta prevalentemente da due colori. Poi arrivano gli Hearts. E nel 2025-26 succede qualcosa che a Edimburgo, forse, per qualche mese, sembra impossibile. La squadra di Tynecastle arriva all’ultima giornata con la possibilità concreta di conquistare il titolo. Basta un punto. Davanti c’è il Celtic che ha strappato una vittoria tra mille polemiche in casa del Motherwell la settimana prima, con una decisione arbitrale inspiegabile che dovrebbe già far capire in che direzione sta volgendo l’epilogo. A Parkhead però gli Hearts passano addirittura in vantaggio con Lawrence Shankland al 43′. A quel punto il sogno prende una forma quasi concreta. Poi arriva il pareggio di Arne Engels e, quando mancano soltanto tre minuti alla fine, Daizen Maeda segna il 2-1 per il Celtic. All’ottavo minuto di recupero arriva anche il 3-1 di Callum Osmand. Fine. Il Celtic è campione. Gli Hearts hanno perso il titolo nella maniera più crudele possibile e in estate vendono pure Shankland, capitano, bomber e uomo simbolo del club. Al peggio non c’è mai fine. Eppure la nuova stagione è iniziata e i tifosi “Jambos” sono ancora lì, ad esultare anche dopo aver visto sfumare nei preliminari la possibilità di partecipare alla Champions League prima, e all’Europa League poi. La rivincita? La vittoria ai rigori in casa del Rapid Vienna che ha garantito ai “Maroons” almeno la fase a gironi di Conference League. Per il titolo, si vedrà.

Lazio, l’eterna attesa

E poi c’è Roma, la città delle contraddizioni eterne. C’è la Lazio. Un’altra storia nella quale il verbo aspettare sembra essere diventato parte integrante del vocabolario del tifoso. La storia laziale è piena, di contraddizioni: grandi squadre e periodi bui, scudetti e fallimenti sfiorati, vittorie europee e stagioni di sofferenza, giocatori entrati nella leggenda e momenti nei quali il futuro sembrava semplicemente non esistere. Nel 2004 il club era praticamente sull’orlo del fallimento e fu salvato dall’intervento della nuova proprietà. Negli anni successivi sono arrivati trofei, qualificazioni europee e stagioni importanti. Ma il rapporto tra una parte della tifoseria e Claudio Lotito è rimasto segnato da una contestazione ormai ventennale.

E così, mentre il calcio continua a giocare le sue partite, una parte del popolo laziale sembra vivere in una specie di eterno giorno prima, aspettando qualcosa. Un salto di qualità, una proprietà diversa, un progetto, una promessa mantenuta, una squadra capace di trasformare l’amore in una nuova grande storia. Nel 2026 la protesta è tornata ancora una volta nelle strade di Roma. A luglio migliaia di tifosi hanno attraversato la città da Ponte Milvio verso il “Flaminio”. Le stime sulla partecipazione sono state diverse, ma tutte hanno restituito l’immagine di una manifestazione enorme. E c’è qualcosa di quasi struggente in tutto questo. Perché protestare contro la propria squadra è, in fondo, una delle forme più complicate dell’amore. È lo stesso paradosso di “Ode to the Mets”: una relazione che non funziona come dovrebbe, ma dalla quale non riesci a liberarti.

Il Rayo e la casa che non era più sua

A Vallecas, invece, la storia ha assunto una forma ancora più letterale. Il Rayo Vallecano è una squadra che non può essere separata dal quartiere. Il Rayo è Vallecas. Vallecas è il Rayo. Eppure, nell’estate del 2026, è successo qualcosa che sembrava quasi una metafora perfetta del calcio moderno: il Rayo ha rischiato di essere allontanato dalla propria casa. La Comunità di Madrid, proprietaria dello stadio, aveva disposto la sospensione cautelare della concessione dopo un audit che aveva rilevato gravi problemi di sicurezza, manutenzione e salubrità. Il club si è ritrovato così senza la possibilità di utilizzare regolarmente lo stadio nel quale aveva costruito la propria identità.

Per un periodo il Rayo ha dovuto cercare una nuova casa. Ha giocato a Butarque, a Leganés, e i tifosi hanno reagito in maniera significativa: le associazioni dei sostenitori avevano annunciato di non voler seguire la squadra in un altro impianto, rivendicando il diritto di vivere le partite a Vallecas. Era una situazione surreale, arrivata proprio dopo la notte magica incompiuta di Lipsia, con la prima finale europea nella storia del club persa contro il Crystal Palace. Una squadra costretta a giocare lontano dal quartiere che rappresenta. Poi, a settembre, la sospensione è stata revocata e il Rayo è potuto tornare a Vallecas. Ma la ferita è rimasta. E proprio mentre scriviamo, il rapporto tra club, tifosi e proprietà continua a essere attraversato da tensioni profonde. Il Rayo ha ritrovato la sua casa, ma il calcio, ancora una volta, gli ha ricordato quanto sia fragile l’idea stessa di appartenenza.

E in questo senso il Rayo è forse uno degli esempi più puri di quello che significa amare una squadra non soltanto per quello che accade sul terreno di gioco. Il tifoso del Rayo difende un pezzo del proprio quartiere, una storia sociale, un’identità costruita nel tempo. È un rapporto nel quale la squadra diventa parte del luogo e il luogo diventa parte della squadra. Anche quando le cose vanno male, anche quando arrivano sconfitte e polemiche, anche quando il proprio stadio non è più disponibile, il legame non viene meno. Cambia soltanto la forma della battaglia.

L’Inghilterra e la “Ricerca del tempo perduto”

E poi c’è l’Inghilterra, la patria del Football. Forse la più grande delle Nazionali condannate a vivere di futuro. Sessant’anni dal 1966, Sessant’anni nei quali ogni generazione ha avuto la propria occasione e ogni generazione ha avuto la propria spiegazione: la maledizione, la pressione, i rigori, la generazione d’oro, la generazione d’oro numero due, la generazione d’oro numero tre, il calcio che finalmente sarebbe tornato a casa. E poi no. Ancora una volta no. Nel 2026 l’Inghilterra ha fallito l’ennesimo assalto alla Coppa del Mondo e si è ritrovata costretta a ripartire. E lo ha fatto nel modo più fragoroso possibile: Croazia 0, Inghilterra 7.

Un risultato che, per una nazionale che da sessant’anni insegue la propria leggenda, sembra quasi una dichiarazione di intenti. Harry Kane segna due volte, poi arrivano Bellingham, Gordon, Saka, ancora Saka e Morgan Rogers. Sette gol, una vittoria record in Nations League e improvvisamente la stessa nazionale che sembrava avere perso per sempre il proprio passato ricomincia a parlare di futuro. È curioso. Il tifoso inglese vive da decenni dentro una contraddizione simile a quella degli Strokes. Ricorda continuamente ciò che non è più: il 1966, la coppa alzata da Bobby Moore, la sensazione di essere finalmente arrivati. Eppure continua a credere. Continua a cantare. Continua a partire per il torneo successivo. Continua a dire: questa volta (e anche it’s coming home, ma questa è un’altra storia..). Forse è proprio questo il significato più profondo di una fede sportiva: non credere che andrà necessariamente bene, ma credere che valga comunque la pena esserci quando arriverà il momento.

New York, New York

E allora torniamo da dove eravamo partiti. New York. I Mets. La squadra che ha dato il titolo a una canzone degli Strokes. La squadra della quale Casablancas ha parlato come della “team of my youth”, la squadra della sua giovinezza. I Mets hanno una caratteristica che li marchia a fuoco: giocano nella stessa città degli Yankees, nella capitale mondiale dello sport e dell’intrattenimento, dove gli Yankees rappresentano da sempre una delle più grandi dinastie sportive americane e, in generale, dello sport mondiale. Ventisette World Series, un’aura gigantesca, una storia che sembra quasi appartenere alla mitologia di New York. E dall’altra parte ci sono i Mets, la squadra che deve continuamente spiegare perché vale la pena amarla, che vive di grandi vittorie e grandi crolli, che ha avuto i suoi momenti di gloria ma non ha mai potuto sottrarsi al confronto con il fratello maggiore.

Una recente analisi ha fotografato perfettamente questa differenza: negli ultimi decenni gli Yankees hanno trasformato la qualificazione ai playoff quasi in un’abitudine, mentre i Mets hanno vissuto la postseason come un evento molto più raro. In 65 stagioni, i Mets sono arrivati ai playoff soltanto 11 volte. Eppure hanno milioni di tifosi. Tra questi ci sono attori, musicisti, comici e celebrità. Jerry Seinfeld è probabilmente il più famoso. Billy Joel ha cantato l’inno nazionale prima di diverse World Series dei Mets. Patrick Mahomes è cresciuto frequentando Shea Stadium perché suo padre giocava per New York. Donovan Mitchell è stato fotografato più volte con la maglia dei Mets. E poi c’è Julian Casablancas, che dei Mets ha conosciuto soprattutto il dolore. Casablancas raccontò di aver già visto il proprio cuore spezzarsi più volte da tifoso: ricordava soprattutto la sconfitta nelle World Series e quella contro i Cardinals nella NLCS del 2006. La sconfitta contro i Giants nel 2016 fu soltanto l’ultima di una lunga serie.

Ed è proprio questo il punto. Se “Ode to the Mets” fosse soltanto una canzone sul baseball, sarebbe una bella canzone. Ma diventa molto più potente quando la si ascolta come una canzone sull’appartenenza. Su qualcosa che hai ricevuto quando eri giovane. Su qualcosa che ti è stato insegnato ad amare. E che, anche quando ti fa male, continui a riconoscere come parte di te.

Quando una squadra diventa un padre

C’è poi un’interpretazione della canzone “apocrifa” che è interessante proprio perché aggiunge un’altra dimensione alla storia. Su Reddit, un ascoltatore ha letto alcuni passaggi di “Ode to the Mets” come il racconto di un rapporto difficile tra un figlio e il padre: un padre che torna da un viaggio, che è presente fisicamente ma distante, assorbito dal telefono e dal proprio mondo. È soltanto un’interpretazione dei fan, naturalmente, ma è un’interpretazione che acquista peso conoscendo la storia di Julian Casablancas. I suoi genitori divorziarono quando era bambino. Suo padre John Casablancas, fondatore di Elite Model Management, era una figura enorme, carismatica e allo stesso tempo difficile da avvicinare. Julian ha raccontato di aver sempre desiderato essere più vicino a lui e che quella distanza si tradusse anche nella sua ribellione adolescenziale. In merito a questa interpretazione, particolarmente rivelatori sembrano essere i versi:

“Back from his trip, he’s at the door
When he gets back, he’s on the phone
Innocent eye, innocent heart
No, it’s not wrong, but it’s not right
Innocent time out on his own
Not got gonna do that, I’m out of control
I was just bored playin’ the guitar
Learned all your tricks, wasn’t too hard
It’s the last one now, I can promise you that
I’m gonna find out the truth when I get back
“

C’è una frase particolarmente significativa che Julian disse parlando del padre dopo la sua morte: anche se non sei particolarmente vicino a tuo padre, quando viene a mancare è come se crollasse il tetto della casa. È una frase che potrebbe appartenere a qualsiasi tifoso. Perché una squadra, per molti, è esattamente questo: una casa. Una cosa che ti viene consegnata prima ancora che tu sia abbastanza grande per sceglierla. A volte dal padre, a volte dalla madre, a volte dagli amici, a volte semplicemente dalla strada nella quale sei nato. E da quel momento non sei più completamente libero. Puoi arrabbiarti, puoi allontanarti, puoi dire che non vuoi più saperne, puoi persino smettere di guardare le partite. Ma quella cosa continua a vivere dentro di te.

Torneremo ancora

È questa, forse, la vera magia del calcio, del baseball o di qualunque sport sappia entrare nel cuore di qualcuno. Tra qualche settimana gli Hearts torneranno in campo e proveranno di nuovo a fare qualcosa che la storia recente ha detto loro essere quasi impossibile. La Lazio continuerà la propria stagione mentre fuori dallo stadio proseguirà una contestazione che sembra non avere una conclusione. Il Rayo tornerà a Vallecas, dopo aver scoperto che persino una casa può improvvisamente diventare un luogo dal quale essere allontanati. L’Inghilterra ripartirà da un 7-0 che, per una volta, non sarà soltanto una nuova promessa ma un segnale concreto. E i Mets continueranno a giocare a New York. Continueranno a perdere qualche partita che sembrava impossibile perdere, continueranno magari a vincerne qualcuna quando nessuno ci credeva più, continueranno a vivere accanto agli Yankees, continueranno a essere, per molti, la seconda squadra di New York. E continueranno a essere, per qualcun altro, la prima e unica squadra possibile. La coppa che non arriva, il campionato che ricomincia, il solito presidente, la solita protesta, la solita speranza, la solita promessa che stavolta sarà diverso.

E allora non importa quante volte una cosa ti abbia deluso. Se continui ad amarla, significa che quella cosa è diventata parte di te. E una canzone può diventare un inno alla fedeltà, alla memoria, alla testardaggine, alla capacità di tornare. Ancora. E ancora.

“Gone now are the old times
Forgotten, time to hold on the railing
The Rubik’s cube isn’t solving for us
Old friends, long forgotten
They all wait at the bottom
Of the ocean now has swallowed
The only thing that’s left
Is us, so pardon the silence
That you’re hearing is turning
Into a deafening, painful, shameful roar
“

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Mondiale in svendita: l’all-in di Infantino

Un vero terremoto politico e istituzionale sta scuotendo la FIFA. Al centro della tempesta c’è Gianni Infantino, finito nel mirino di federazioni, istituzioni e vertici del calcio europeo dopo le indiscrezioni su un progetto che prevederebbe la cessione di una quota dei diritti commerciali della Coppa del Mondo a investitori privati. Un’ipotesi che ha provocato una durissima levata di scudi e che rischia di aprire una frattura senza precedenti all’interno del governo del calcio mondiale.

Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, il presidente della FIFA avrebbe lavorato a un piano per vendere il 20% dei diritti commerciali del Mondiale a una cordata di investitori guidata da Joshua Kushner, fondatore del fondo Thrive Capital e fratello di Jared Kushner, genero dell’ex presidente statunitense Donald Trump. Un progetto che, secondo i critici, sarebbe stato portato avanti senza un adeguato coinvolgimento degli organismi competenti della federazione internazionale.

La UEFA alza la voce: “Pronti anche al boicottaggio”

La reazione più dura è arrivata dalla UEFA, che ha contestato apertamente la strategia di Infantino accusando la FIFA di anteporre interessi economici a quelli dell’intero movimento calcistico.

L’organismo europeo ha chiesto un’immediata marcia indietro, sostenendo che la federazione internazionale dovrebbe concentrarsi sulla tutela delle federazioni continentali e nazionali, dei club, delle leghe, dei calciatori e dei tifosi. Ma soprattutto ha lanciato un avvertimento pesantissimo: qualora il progetto dovesse andare avanti, sarebbero allo studio tutte le iniziative necessarie per impedirne la realizzazione, fino all’ipotesi di un boicottaggio delle competizioni FIFA e perfino di una possibile scissione.

Watzke: “È un attacco al calcio”

Tra le voci più critiche c’è anche Hans-Joachim Watzke, vicepresidente della Federcalcio tedesca, presidente del Borussia Dortmund e vicepresidente del Comitato esecutivo UEFA.

Secondo il dirigente tedesco, la proposta rappresenterebbe un autentico attacco al calcio mondiale. Watzke ha sottolineato come, all’interno del movimento, siano sempre di più coloro che considerano inaccettabile una privatizzazione di una manifestazione che rappresenta il patrimonio sportivo più importante del pianeta.

Anche il governo britannico interviene

La vicenda ha ormai superato i confini dello sport. A prendere posizione è stato anche il primo ministro britannico Andy Burnham, che ha ribadito come la Coppa del Mondo non possa essere trattata come un semplice prodotto commerciale.

Secondo il premier, il Mondiale rappresenta la più importante competizione sportiva globale e non dovrebbe diventare un bene da mettere sul mercato o da cedere a investitori privati.

La Football Association prende le distanze

A sorprendere è anche la dura presa di posizione della Football Association inglese, finora rimasta sostanzialmente allineata alla gestione Infantino.

La presidente Debbie Hewitt, che ricopre anche uno degli incarichi di vicepresidente della FIFA, avrebbe appreso dell’operazione soltanto attraverso indiscrezioni, senza essere stata coinvolta nelle discussioni preliminari.

La federazione inglese ha espresso forte preoccupazione soprattutto per la mancanza di trasparenza e di un adeguato processo decisionale, sottolineando di non essere stata messa nelle condizioni di valutare il progetto e annunciando una presa di posizione ufficiale soltanto quando saranno disponibili tutti i dettagli dell’operazione.

Un presidente sempre più isolato

Le polemiche rischiano ora di trasformarsi in una vera crisi politica per la FIFA. Se da una parte Infantino può ancora contare sul sostegno di numerose federazioni africane e asiatiche, beneficiarie negli ultimi anni dell’aumento dei ricavi distribuiti dalla federazione internazionale, dall’altra cresce il fronte di chi ritiene che la gestione del presidente svizzero stia superando limiti considerati invalicabili.

La possibile privatizzazione di una quota dei diritti commerciali del Mondiale viene infatti vista da molti dirigenti come un cambiamento epocale nella governance del calcio internazionale, capace di modificare gli equilibri economici e decisionali della manifestazione più prestigiosa del panorama calcistico.

Un dibattito destinato a proseguire

Al momento il progetto non è stato formalizzato e restano numerosi interrogativi sulla sua reale fattibilità e sulle condizioni dell’eventuale accordo con gli investitori interessati. Tuttavia, le reazioni registrate nelle ultime ore testimoniano come la sola ipotesi di una cessione privata dei diritti commerciali della Coppa del Mondo abbia già aperto uno scontro senza precedenti tra la FIFA e una parte consistente del mondo del calcio.

Le prossime settimane potrebbero quindi rivelarsi decisive per comprendere se Gianni Infantino deciderà di difendere il progetto o se, di fronte alle fortissime pressioni provenienti da UEFA, federazioni nazionali e istituzioni politiche, sarà costretto a rivedere i propri piani.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

La Spagna ha salvato il calcio?

Le statistiche impietose della finale dei Mondiali hanno alzato il velo sul “bluff Argentina”. La Scaloneta ha rischiato di far saltare il banco ma forse senza davvero meritarlo, al contrario del 2022. E infatti l’epilogo è stato differente rispetto al Qatar.

Ci sono finali che entrano nella storia per lo spettacolo e altre che restano nella memoria per la loro bruttezza. Spagna-Argentina appartiene decisamente alla seconda categoria. Per lunghi tratti ha ricordato le finali più bloccate e povere di contenuti tecnici degli ultimi decenni, da Italia-Brasile 1994 (non a caso anch’essa giocata nella canicola americana all’ora di pranzo) ad Argentina-Germania Ovest 1990 (in una invece piacevole e temperata serata romana). Eppure, proprio dentro una partita tanto avara di emozioni, è arrivato il verdetto probabilmente più giusto possibile. La Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina ai supplementari grazie a Ferran Torres e, senza voler esagerare troppo, ha anche “salvato” il calcio da quello che sarebbe stato uno degli upset più clamorosi e meno meritati della storia della Coppa del Mondo.

Perché una cosa è vincere soffrendo, un’altra è arrivare fino in fondo vivendo quasi esclusivamente di episodi favorevoli, affidandosi al talento del proprio fuoriclasse (Messi, of course) e alle reazioni nervose dopo i gol incassati. L’Argentina aveva già sfidato più volte la sorte durante il torneo. In finale, però, la fortuna e il pragmatismo non potevano più bastare.

Una finale giocata… senza giocare

L’aspetto più impressionante della prestazione argentina non è tanto la sconfitta, quanto il modo in cui è maturata. Per 90 minuti l’Albiceleste non ha praticamente mai dato l’impressione di voler vincere la partita attraverso il gioco. L’obiettivo sembrava piuttosto quello di impedire alla Spagna di esprimersi, spezzettando il ritmo, abbassando il baricentro e cercando di trascinare gli avversari in una battaglia nervosa.

Il risultato è stato paradossale. La Spagna ha effettivamente faticato a creare occasioni limpide per lunghi tratti, ma l’Argentina ha completamente rinunciato a costruire qualcosa. I numeri raccontano una delle peggiori finali mai disputate da una squadra arrivata all’ultimo atto del Mondiale: nessun tiro nei tempi regolamentari, appena 0.17 expected goals nell’arco dei 120 minuti e Unai Simón mai realmente chiamato a una parata. È difficile ricordare una finalista così innocua sul palcoscenico più importante del calcio mondiale.

Lo strano piano di Scaloni

Lionel Scaloni aveva preparato una partita completamente diversa rispetto all’identità mostrata dalla Spagna durante tutto il torneo. Il suo 4-4-2 basso e asimmetrico puntava a sporcare la costruzione degli uomini di Luis de la Fuente, aspettando il momento giusto per colpire. Solo che quel momento non è mai arrivato.

Il centrocampo argentino è stato sistematicamente schiacciato dalla superiorità numerica spagnola. Enzo Fernandez e compagni sono stati manipolati dal possesso iberico, incapaci di recuperare palloni e costretti progressivamente a rinunciare persino all’idea di contendere il controllo della gara.

Laporte e soprattutto Cubarsí hanno anticipato sul nascere quasi ogni tentativo di verticalizzazione, mentre Messi veniva isolato come raramente gli era accaduto durante il torneo. Il fuoriclasse argentino ha vissuto una delle serate più frustranti della sua carriera mondiale: un solo tiro, facilmente murato dalla difesa, nessuna occasione creata per i compagni e pochissimi palloni ricevuti in zone realmente pericolose.

Tutti titolari per De la Fuente

Se l’Argentina si è progressivamente esaurita nelle proprie idee, la Spagna ha dimostrato ancora una volta di essere molto più di un semplice undici iniziale.

Luis de la Fuente ha costruito un gruppo nel quale la partita continua anche dalla panchina. Ferran Torres, Nico Williams, Pedri e Merino hanno cambiato completamente il volto della finale. L’ingresso dei quattro ha aumentato qualità, intensità e varietà offensiva fino a rendere inevitabile l’assedio alla porta difesa da Emiliano Martínez.

Non è un caso che il portiere argentino abbia dovuto compiere undici parate nella finale, addirittura una in più rispetto a quelle effettuate complessivamente da Unai Simón durante tutto il Mondiale.

Il dato fotografa perfettamente ciò che è stata la partita. L’Argentina resisteva esclusivamente grazie al proprio portiere entrato prepotentemente in partita dopo un paio di prese incerte; la Spagna continuava ad aumentare la pressione aspettando semplicemente che il muro crollasse.

L’espulsione di Enzo e il gol che sembrava scritto

Il secondo cartellino giallo rimediato da Enzo Fernandez al 90’ ha soltanto accelerato un processo che sembrava ormai inevitabile.

Con un uomo in meno, l’Argentina ha definitivamente rinunciato a qualsiasi ambizione offensiva, limitandosi ad aspettare i rigori. Una strategia comprensibile, ma anche l’ennesima conferma di quanto l’Albiceleste fosse ormai completamente scollegata dall’idea di poter vincere attraverso il calcio. Il gol del 106’ (arrivato dopo una rete annullata a Nico Williams tra i dubbi) è stato quasi una conseguenza naturale.

Lamine Yamal apre l’azione, Pedro Porro crossa, Nico Williams rimette intelligentemente il pallone al centro e Ferran Torres, entrato proprio per attaccare l’area con maggiore aggressività, trova il tap-in che vale la seconda stella mondiale della Spagna, trovando quella rabbia nella conclusione che forse era precedentemente mancata.

Il paradosso dell’Argentina durato un Mondiale intero

L’aspetto forse più curioso della finale arriva proprio dopo il gol subito. Improvvisamente l’Argentina si ricorda di avere anche un pallone tra i piedi. Arrivano il primo tiro (fuori bersaglio) della partita, un’occasione costruita con orgoglio e qualche minuto di pressione disperata. Troppo tardi.

Quella reazione finisce quasi per aumentare i rimpianti, perché dimostra come una squadra dalle enormi qualità tecniche abbia scelto volontariamente di non provarci davvero fino a quando non è stata costretta dagli eventi. Esattamente come era accaduto nella fase a eliminazione diretta in maniera sistematica, contro Capo Verde, Egitto, Svizzera e infine Inghilterra. Per oltre cento minuti aveva cercato soprattutto di rompere il gioco della Spagna, dimenticandosi completamente di costruire il proprio.

Collettivo batte mito

Alla fine questo Mondiale lascia anche un messaggio simbolico. Da una parte la Spagna, dove persino un talento straordinario come Lamine Yamal accetta di sacrificarsi per il sistema, correndo, coprendo e mettendo il gruppo davanti alle proprie giocate. Dall’altra l’Argentina, una squadra costruita attorno a Messi ma incapace di metterlo nelle condizioni di incidere quando contava davvero.

Non è un caso che la Roja abbia eliminato nell’ordine il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Francia di Mbappé e l’Argentina di Messi, costringendo tutte e tre le stelle a disputare la loro peggior partita del torneo. È la dimostrazione più evidente che il collettivo, quando è organizzato alla perfezione, può persino spegnere i più grandi talenti individuali.

Giustizia è fatta

Alla fine Rodri ha alzato la Coppa del Mondo come aveva già fatto con l’Europeo due anni prima. La Spagna aggiunge la seconda stella alla propria storia e completa un ciclo costruito attraverso anni di lavoro federale, dalla formazione giovanile fino alla Nazionale maggiore. Per una volta, il calcio ha evitato di raccontarsi la favola sbagliata. Perché sarebbe stato difficile spiegare come una squadra arrivata all’ultimo atto tra episodi favorevoli, incapace di tirare in porta per quasi due ore e decisa più a distruggere il gioco che a costruirlo, potesse diventare campione del mondo. Per giunta per la seconda volta consecutiva.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

… in the end, England lose

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince,” recita la famosa citazione di Gary Lineker, una delle più celebri della storia del calcio. Ma forse serve un aggiornamento: perché se qualche volta può capitare che i tedeschi perdano, l’Inghilterra non riesce proprio a scrollarsi di dosso un complesso ormai sessantennale.

“E alla fine perdono gli inglesi“. Forse Gary Lineker in persona ha immaginato di correggere e modificare definitivamente una delle sue frasi più famose, forse LA citazione per eccellenza quando si giocano i Mondiali. Almeno fino al 2014, quando la Mannschaft aveva alzato al cielo il suo quarto titolo Mondiale proprio contro l’Argentina, altra nemesi per eccellenza del calcio inglese.

Poi la tradizione sembra essere venuta meno: se l’Italia da tre edizioni non partecipa a una Coppa del Mondo di calcio, cancellando un rito che nei decenni aveva addirittura forgiato delle generazioni, rendendo “l’anno dei Mondiali” spesso un rito di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, ai tedeschi non è andata meglio con due eliminazioni al primo turno (mai successo da quando la prima fase a gruppi era stata istituita) e una insipida uscita di scena ai sedicesimi quest’anno, contro l’agguerrito ma modesto Paraguay.

La nemesi tedesca

Dunque se i tedeschi hanno smesso di vincere, la citazione di Lineker va letta “contromano” rispetto all’evento che l’aveva fatta nascere: sono proprio gli inglesi che non riescono a vincere. Lineker da giocatore aveva visto sfumare la qualificazione alle semifinali di Spagna ’82 proprio a favore dei tedeschi, ma il verdetto era maturato sulla base dei confronti contro i padroni di casa iberici, che fermarono l’Inghilterra dopo aver perso con la Germania (allora ancora dell’Ovest). La frase simbolo dell’humour all’inglese in salsa calcistica nacque quando nel 1990 i tedeschi si presero l’accesso alla terza finale consecutiva battendo un’Inghilterra tra le più talentose di sempre che al “Delle Alpi” di Torino cedette ai rigori a un passo dalla storia. In quella partita segnò proprio Lineker, la prima finale dopo la mitica estate del ’66 sembrava a portata di mano, resterà invece chimera anche per i successivi 36 anni.

Torna a casa, Coppa

Una vera e propria traversata del deserto, considerando che la “maledizione” riguarda anche gli Europei, che gli inventori del football non hanno MAI vinto. Nel 1996 nacque un’altra specie di sortilegio: un sodalizio artistico composto da Baddiel, Skinner and the Lightning Seeds compose “Three Lions“, dedicata alla Nazionale col celebre ritornello “It’s Coming Home” diventato un ritornello quasi inquietante. Il gioco di parole non parlava solo di una Coppa (in quel caso d’Europa e non del Mondo) pronta a “tornare a casa“, ma si riferiva anche al fatto che il football tornava a casa in quanto era l’Inghilterra ad ospitare il torneo. Che si chiuse, indovinate un po? Sconfitta ai rigori contro i tedeschi, esattamente come 6 anni prima in Italia.

Rigori, maledetti rigori. Portoghesi, maledetti portoghesi

La nemesi inizia a cambiare forma, gli inglesi si dimostrano improvvisamente incapaci di passare ai calci di rigore. Alle delusioni del 1990 e del 1996 si aggiungono quelle del 2004 e 2006, entrambe contro il Portogallo, che rovineranno praticamente l’esperienza di Sven Goran Eriksson alle prese con una squadra fortissima, che nel 2002 perde forse un’altra occasione della vita facendosi rimontare dal Brasile-fantasia di Ronaldo, Ronaldinho (che “uccellerà” il povero David Seaman) e Felipao Scolari, pronto a diventare Pentacampeao. In molti concordano che chi avesse vinto quel quarto di finale si sarebbe preso la Coppa, come poi così fu per la Seleçao.

Il fantasma di Geoffrey Hurst

Il filo rosso della storia continua ad accompagnare le delusioni inglesi. A Francia ’98 il gol più bello del Mondiale lo segna Michael Owen, ma la partita contro l’Argentina, nell’ideale rivincita 12 anni dopo la “Mano de Dios” di Maradona, la rovina l’espulsione di David Beckham che viene letteralmente massacrato dai tabloid britannici. Detto delle delusioni di Eriksson, l’Inghilterra continua ad affidarsi a un allenatore straniero e dal tecnico della Lazio dello Scudetto passa a quello della… Roma tricolore. Nel 2010 Fabio Capello parte per conquistare il Sudafrica ma spunta dal nulla il… fantasma di Geoffrey Hurst. Nel 1966 il bomber del West Ham segnò il gol-non gol più famoso di sempre (citofonare Bakhramov, guardalinee azero – all’epoca sovietico – per le spiegazioni), negli ottavi di finale contro la Germania nel 2010 Frank Lampard si vede negato un gol cristallino. Non c’è la goal line technology e il pallone terminato ben oltre le spalle di Neuer non viene visto da nessuno, se non da un miliardo di telespettatori in tv. Un paradosso che costò l’eliminazione ai Tre Leoni.

La modestia di Bobby Charlton

Gli Europei del 2012 segnano l’ennesima eliminazione ai rigori, stavolta contro l’Italia che nel 2014 batte all’esordio l’Inghilterra rovinando di fatto la campagna Mondiale di entrambe le compagini. È il punto più basso nella storia recente dei Tre Leoni perché nel 2016 arriva agli Europei l’eliminazione che non ti aspetti: agli ottavi la spunta l’Islanda, mai vista prima di allora in una fase finale di una grande competizione calcistica. Un ko epocale che offre a Sir Bobby Charlton l’assist per una battuta memorabile. La BBC chiese all’allora 79enne campione del mondo del ’66: “La vostra squadra che risultato avrebbe ottenuto contro questa Islanda?”. Charlton rispose asciutto: “Penso che avremmo vinto 1-0?” “Solo 1-0?,” ribatte un po’ sorpreso l’intervistatore. “Beh, devi considerare che abbiamo tutti più o meno ottant’anni…” sottolineò Sir Bobby.

60 years of hurt never stopped me dreaming

E torniamo alla mitica canzone. Il Mondiale in Russia del 2018 sotto la guida di Gareth Southgate vede tornare in “auge” il motivetto del 1996, proprio quando lo stesso Southgate sbagliava il rigore decisivo contro i tedeschi. Nello tsunami di corsi e ricorsi storici che ripercorre questo articolo, un particolare mica da sottovalutare. La Premier League infatti diventa alla fine del decennio scorso per distacco il campionato più competitivo del mondo e in molti pensano che anche la Nazionale possa beneficiare di cotanta abbondanza. Dal 2018 infatti i risultati dei Tre Leoni cambiano radicalmente in meglio, ma le delusioni si fanno per questo ancora più cocenti. In Russia l’Inghilterra passa in vantaggio in semifinale contro la Croazia con una punizione di Trippier ma la finale con la Francia sfuma clamorosamente contro una squadra alla portata. Nel 2021 (l’Europeo si gioca con un anno di ritardo causa emergenza Covid) tornano due vecchie conoscenze, l’Italia e i calci di rigore che vanificano anche la vittoria contro i tedeschi. La finalissima però si gioca a Wembley e questa è una ferita sanguinante per un’Inghilterra che cede la prima Eurofinale della sua storia a un’Italia nel mezzo di tre Mondiali saltati di fila. E in men che non si dica la strofa di speranza dei Lighting Seeds, “Thirty years of hurt / never stopped me dreaming” si trasforma in SIXTY years, arrivando all’ultimo ko contro l’Argentina.

Cosa manca per vincere

Infatti in Qatar nel 2022 l’Inghilterra esce dopo un drammatico quarto di finale contro la Francia, poi arriva in Germania un’altra finale Europea persa, contro la Spagna. Finisce il ciclo Southgate e arriva un tedesco sulla panchina inglese, Thomas Tuchel, che non è come dire un cane in chiesa ma quasi. Eppure stavolta sembrava quella buona: le esclusioni eccellenti di Tuchel che avevano fatto discutere al momento delle convocazioni hanno lasciato spazio a una squadra che, al momento del gol di Gordon, sembrava finalmente aver fatto scacco matto alle antiche paure. Che sono tornate invece tutte insieme in un finale di partita in cui gli argentini sembravano undici Maradona in quel torrido pomeriggio all’Azteca. Per vincere manca la capacità di produrre talenti locali in un campionato di livello internazionale. Paradossalmente la disastrata Italia potrebbe essere d’ispirazione, naturalmente guardando al passato: la Serie A stellare degli anni ottanta e novanta aveva prodotto una Nazionale Azzurra tra le migliori di sempre, ma forse erano altri tempi. Se gli inglesi hanno cavalcato la globalizzazione e l’invasione di stranieri creando una sorta di NBA del calcio, alla Nazionale manca ancora quel tocco di modernità che nessun tecnico straniero sembra aver saputo portare. Alla fine, gli inglesi perdono: anche Lineker sembra essersi arreso.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Mondiali: Quarti di nobiltà

Dal 1954 a oggi la mappa delle Nazionali capaci di arrivare tra le prime 8 nella Coppa del Mondo è cambiata profondamente. Alcune scuole immancabili tra le protagoniste stanno tramontando, altre stanno emergendo. Il quadro di chi c’è, chi c’è stato e chi ancora non riesce ad esserci.

Arrivare almeno ai quarti di finale di un Mondiale non è soltanto sinonimo di una grande spedizione. È soprattutto il parametro più affidabile per misurare la continuità di una nazionale ai massimi livelli. Analizzando tutte le edizioni dal 1954 fino ai giorni nostri emerge infatti una mappa molto chiara: alcune potenze hanno attraversato le epoche senza mai scomparire davvero, altre hanno vissuto cicli irripetibili, mentre intere scuole calcistiche si sono progressivamente estinte o trasformate.  

Germania, la regina della continuità… fino al crollo recente

La statistica più impressionante riguarda senza dubbio la Germania. Dal 1954 al 2014 i tedeschi sono stati una presenza fissa tra le migliori otto del pianeta, senza mancare mai un’edizione. Dalla vittoria del primo titolo in Svizzera fino al trionfo in Brasile, passando attraverso Germania Ovest e Germania riunificata, la Mannschaft ha costruito una regolarità senza eguali.

Poi, improvvisamente, il vuoto.

Dopo il titolo mondiale del 2014, la Germania è uscita ai gironi nel 2018 e nel 2022, mentre nell’attuale ciclo non è riuscita nemmeno a ritrovare un posto tra le migliori otto, perdendo ai sedicesimi contro il Paraguay. Una frattura storica che interrompe oltre sessant’anni di continuità e rappresenta probabilmente il più grande cambiamento nell’élite del calcio mondiale degli ultimi decenni.  

Italia, da protagonista assoluta a presenza sporadica

Se il caso tedesco sorprende, quello italiano fa ancora più rumore. Gli Azzurri, protagonisti assoluti per tutto il Novecento, hanno vissuto un lento declino iniziato dopo Francia 1998. Da allora l’Italia è riuscita a entrare tra le prime otto soltanto una volta: nel 2006, quando trasformò quella cavalcata nel quarto titolo mondiale.

Per il resto, eliminazioni agli ottavi nel 2002, al primo turno (fase a gironi) 2010 e 2014, quindi l’assenza totale nelle ultime tre edizioni, senza nemmeno riuscire a qualificarsi.

Un dato impensabile fino a pochi anni fa: una nazionale che per mezzo secolo era stata una presenza quasi naturale nelle fasi finali oggi manca completamente dal palcoscenico mondiale.

Argentina, Brasile e Francia: le grandi che non tradiscono mai

Se Germania e Italia raccontano due parabole opposte, Argentina, Brasile e Francia rappresentano invece la capacità di rigenerarsi.

Il Brasile resta la nazionale più trasversale della storia: dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri è praticamente sempre presente nelle fasi finali, con una continuità che attraversa Pelé, Zico, Romario, Ronaldo, Ronaldinho e Neymar. L’eliminazione agli ottavi contro la Norvegia nell’edizione del 2026 ha escluso la Seleçao dalle prime otto di un Mondiale per la terza volta dal 1954 a oggi: nel dopoguerra era successo solo nel 1966 e nel 1990.

L’Argentina ha alternato qualche pausa ma dagli anni Ottanta in avanti è diventata una presenza costante, culminata con i trionfi del 1986 e del 2022 e con un’altra qualificazione ai quarti nell’edizione attuale. L’ultimo fallimento dell’Albiceleste risale all’eliminazione al primo turno nel Mondiale nippocoreano del 2002.

La Francia rappresenta invece il fenomeno più moderno. Prima del 1998 alternava grandi exploit a lunghe assenze; dal titolo conquistato in casa è diventata una delle nazionali più continue del panorama mondiale, trasformandosi stabilmente in una candidata al podio. Oltre ai due Mondiali vinti, appunto nel 1998 e poi nel 2018 in Russia, vanno ricordate le finali perse ai rigori contro Italia e Argentina: 4 finali Mondiali in 28 anni (e potrebbero diventare 5 battendo la Spagna in semifinale in America) quando prima i Bleus non ne avevano giocata neanche una, raggiungendo almeno i quarti di finale solo tre volte dal 1954 al 1994.

L’Inghilterra ha cambiato marcia

Per decenni gli inglesi sono stati la grande incompiuta del calcio mondiale.

A parte il titolo del 1966 e la semifinale del 1990, l’Inghilterra ha vissuto una lunga serie di eliminazioni precoci e assenze che hanno fatto discutere nel 1974, 1978 e 1994. Negli ultimi anni, però, il trend si è completamente invertito: quarti, semifinali e finali sono diventati appuntamenti fissi anche agli Europei, segno di una nazionale finalmente capace di dare continuità ai propri talenti. Manca la grande vittoria, che negli Usa ora Harry Kane e compagni cercheranno a 60 anni dall’ultimo trionfo. 

Croazia e Marocco, le nuove realtà

Lo schema evidenzia anche l’ascesa di nazionali che fino a pochi decenni fa erano praticamente assenti.

La Croazia, nata soltanto dopo la dissoluzione della Jugoslavia, è riuscita in meno di trent’anni a ritagliarsi uno spazio tra le grandi grazie al terzo posto del 1998, alla finale del 2018 e al podio del 2022. Anche il Marocco rappresenta un cambiamento storico: per decenni l’Africa aveva vissuto soltanto exploit isolati, mentre oggi i nordafricani sono diventati la prima selezione del continente capace di dare continuità alle proprie prestazioni ai massimi livelli, tra le prime otto nelle ultime due edizioni.

Il tramonto dell’Est europeo

Uno degli aspetti più interessanti da approfondire in questa “mappa” riguarda proprio l’Europa orientale.

Fino al 1990 era normale trovare almeno una o due rappresentanti dell’Est tra le migliori otto.

L’Unione Sovietica, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Bulgaria, la Romania e perfino la Germania Est (senza dimenticare l’Ungheria degli anni ’50 e ’60) hanno lasciato il segno in varie epoche. Il blocco socialista produceva scuole calcistiche estremamente competitive, sostenute da sistemi sportivi centralizzati e da campionati di alto livello.

Con la caduta del Muro e la dissoluzione di molti Stati, quel patrimonio si è frammentato. Oggi le eccezioni sono pochissime: come detto la Croazia è diventata la principale erede della tradizione jugoslava, mentre il resto dell’Europa orientale è praticamente scomparso dalla geografia delle grandi del calcio mondiale.

Gli exploit che restano nella storia

La tabella racconta anche storie irripetibili. La Corea del Nord del 1966, il Camerun del 1990, il Senegal del 2002, il Ghana del 2010, la Costa Rica del 2014 rappresentano quelle spedizioni capaci di rompere gli equilibri tradizionali, salvo poi non riuscire quasi mai a trasformare l’impresa in continuità.

Lo stesso vale per nazionali come Danimarca, Irlanda, Austria, Svizzera o Cile, capaci di raggiungere una singola volta l’élite mondiale senza riuscire a consolidarsi.

Le grandi non sono più sempre le stesse

Osservando oltre settant’anni di Mondiali emerge una conclusione evidente. La geografia del calcio mondiale è cambiata profondamente, ma non completamente. Brasile e Argentina continuano a rappresentare certezze, la Francia ha preso definitivamente posto nell’élite, l’Inghilterra ha trovato una nuova continuità, mentre Germania e Italia stanno vivendo il momento più difficile della loro storia recente.

Parallelamente è quasi scomparso il peso dell’Europa orientale, sostituito dalla crescita di nuove realtà come Croazia e Marocco, segno di un calcio sempre più globale ma ancora fortemente dominato da poche grandi scuole, senza che mondi emergenti come quello asiatico o i sempre attesi Stati Uniti riescano a ritagliarsi una vera competitività.

In fondo, i quarti di finale raccontano meglio di qualsiasi altro dato chi appartiene davvero alla nobiltà del calcio mondiale: vincere un Mondiale può essere l’impresa di un’estate, arrivare regolarmente tra le prime otto è ciò che distingue le dinastie dalle semplici favole sportive.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Il caso-Balogun potrebbe rovinare il Mondiale?

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la decisione della FIFA di sospendere la squalifica di Folarin Balogun dopo il cartellino rosso ricevuto in Usa-Bosnia rischia di sconvolgere gli equilibri della Coppa del Mondo e, se non ci saranno prese di coscienza su ciò che sta accadendo, di tutto il mondo del calcio.

Il Mondiale 2026 rischia di passare alla storia non soltanto per ciò che accadrà sul campo, ma soprattutto per una vicenda che sta mettendo in discussione la credibilità dell’intera competizione. A poche ore dalla sfida tra Stati Uniti e Belgio, valida per i quarti di finale, la decisione della FIFA di sospendere la squalifica di Folarin Balogun ha scatenato una tempesta senza precedenti, alimentando accuse di interferenze politiche e facendo temere un danno d’immagine potenzialmente irreparabile per il calcio mondiale.

Una scelta che, al di là dell’esito della partita, rischia di segnare profondamente questa Coppa del Mondo per il principio che sembra essere stato infranto: quello dell’uguaglianza di trattamento davanti ai regolamenti.

L’espulsione e la squalifica

Tutto ha inizio il 2 luglio, quando Folarin Balogun viene espulso durante la gara dei sedicesimi di finale contro la Bosnia. Come previsto dal regolamento (e non dovrebbe esserci neanche bisogno di dirlo…), il cartellino rosso comporta la squalifica automatica per la partita successiva, quella contro il Belgio.

Sembrava un caso chiuso, uno dei tanti episodi disciplinari che caratterizzano qualsiasi grande torneo internazionale.

La clamorosa decisione della FIFA

Il 5 luglio arriva invece il colpo di scena.

La FIFA comunica improvvisamente che la squalifica di Balogun viene sospesa per un anno, consentendo così all’attaccante statunitense di essere regolarmente a disposizione contro il Belgio.

L’aspetto più sorprendente non è soltanto il provvedimento in sé, ma il fatto che nel comunicato ufficiale non vengano rese note le motivazioni della decisione, circostanza che alimenta immediatamente dubbi e polemiche.

Le rivelazioni sulle pressioni di Trump

Nelle ore successive, numerosi autorevoli media internazionali – tra cui New York Times, Wall Street Journal, The Guardian e Politico – riportano che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe esercitato pressioni sul presidente della FIFA Gianni Infantino affinché la squalifica venisse rimossa. Il caso assume così una dimensione politica oltre che sportiva.

Il 6 luglio arriva poi la conferma dello stesso Trump, che dichiara pubblicamente di aver telefonato a Infantino per discutere proprio della situazione di Balogun.

Dal canto suo, il presidente della FIFA smentisce che quella telefonata abbia influito sulla decisione finale, pur senza negare che il tema sia stato affrontato durante il colloquio.

Il Belgio passa all’attacco

La reazione della Federazione calcistica belga è immediata. La RBFA invia una lettera ufficiale alla FIFA chiedendo di conoscere le motivazioni della sospensione della squalifica, evidenziando come tali spiegazioni non siano state rese pubbliche.

Poco dopo, la federazione denuncia anche un presunto tentativo della FIFA di ostacolare un eventuale ricorso, sottolineando di non aver ancora ricevuto alcuna motivazione formale del provvedimento.

Nel frattempo, la FIFA respinge l’appello belga e conferma definitivamente che Balogun sarà eleggibile per la sfida contro gli Stati Uniti. Il Belgio, tuttavia, non intende fermarsi: la federazione ha infatti comunicato alla US Soccer che, qualora Balogun venga schierato, verrà contestata formalmente la sua eleggibilità, lasciando aperta la possibilità di ulteriori azioni sia in ambito sportivo sia, eventualmente, in altre sedi.

Anche la UEFA prende posizione

A rendere ancora più pesante il clima interviene anche la UEFA. La confederazione europea definisce infatti la decisione della FIFA “senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”, una presa di posizione estremamente dura nei confronti dell’organo che governa il calcio mondiale.

Quasi in parallelo, anche la Federazione francese presenta un ricorso per il cartellino giallo ricevuto da Michael Olise nell’ultima partita disputata contro il Paraguay, segnale di un clima in cui diverse federazioni sembrano voler mettere alla prova i margini interpretativi della giustizia sportiva.

Una crepa nella credibilità del Mondiale

Al di là degli aspetti procedurali, è il precedente creato dalla FIFA a destare le maggiori preoccupazioni.

La sospensione di una squalifica automatica per espulsione, comunicata senza motivazioni pubbliche e maturata nel pieno di una vicenda che vede coinvolto il presidente degli Stati Uniti, rappresenta un fatto che non trova precedenti recenti nella storia della Coppa del Mondo.

Anche qualora la decisione fosse giuridicamente difendibile, l’assenza di una spiegazione trasparente ha inevitabilmente alimentato il sospetto che possano esserci stati fattori estranei al campo nel processo decisionale.

Ed è proprio questo il danno più grande: quando milioni di tifosi iniziano a dubitare che le regole possano essere applicate in modo diverso a seconda del peso politico o mediatico delle nazionali coinvolte, viene colpito il principio stesso che anima una competizione sportiva.

Un torneo che rischia di essere ricordato per le polemiche

La partita tra Stati Uniti e Belgio si giocherà inevitabilmente sotto una pressione enorme, con il rischio concreto che il risultato venga accompagnato da ricorsi, contestazioni e polemiche destinate a proseguire anche dopo il fischio finale.

Qualunque sarà l’esito sul terreno di gioco, il caso Balogun ha già aperto una ferita profonda nell’immagine del Mondiale 2026. Perché la forza della Coppa del Mondo non risiede soltanto nello spettacolo offerto dai suoi protagonisti, ma soprattutto nella fiducia che le stesse regole valgano per tutti. Se questo principio viene percepito come compromesso, anche il torneo più prestigioso del calcio rischia di perdere la propria credibilità.

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Fabio Belli Nazionali

La geografia del Mondiale a 64 squadre

L’edizione della Coppa del Mondo del 2026 ha messo in luce realtà emergenti ed altre forse ancora inadeguate per il grande palcoscenico. La formula dei ripescaggi delle terze ha portato in molti a richiedere, per evitare combine, il definitivo allargamento a 64 squadre per il 2030: ma come sarebbe la geografia di una fase finale che vedrebbe partecipare il 30,3% delle nazioni affiliate alla FIFA?

Il nuovo Mondiale a 48 squadre deve ancora concludersi, ma il dibattito sul possibile allargamento a 64 partecipanti per l’edizione del 2030 continua ad alimentare discussioni. La proposta, avanzata nei mesi scorsi e destinata a essere valutata dalla FIFA, divide addetti ai lavori e tifosi: da una parte c’è chi teme un abbassamento del livello tecnico, dall’altra chi vede l’opportunità di rendere il torneo ancora più rappresentativo e globale. Senza dimenticare che il ritorno dei ripescaggi delle terze nella fase a gironi a 48 squadre ha portato a dubbi e malcontento sulla possibilità di combine, con partite come Paraguay-Australia e Austria-Algeria che hanno scatenato roventi polemiche.

Se si prendessero come riferimento le quote di squadre partecipanti ipotizzate per una Coppa del Mondo a 64 nazionali e si considerassero qualificate le squadre meglio piazzate nel ranking FIFA di ciascuna confederazione, emergerebbe un quadro estremamente interessante.

L’Europa sarebbe la grande beneficiaria

La UEFA sarebbe la confederazione che guadagnerebbe di più, passando da 16 a 22 posti diretti. Dopo il magro avanzamento da 13 a 16 nel Mondiale a 48 squadre, si è capito probabilmente che il vecchio continente debba avere un contingente più nutrito per incrementare la competitività del torneo. Oltre alle tradizionali potenze entrerebbero nel torneo anche nazionali di alto livello che negli ultimi anni hanno spesso sfiorato la qualificazione mondiale.

Le 22 europee stando al ranking FIFA sarebbero: Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo, Olanda, Germania, Belgio, Croazia, Italia, Svizzera, Danimarca, Austria, Turchia, Norvegia, Ucraina, Polonia, Scozia, Galles, Svezia, Ungheria, Serbia e Repubblica Ceca. I posti diretti nelle qualificazioni sarebbero in realtà 20, considerando che Spagna e Portogallo sarebbero qualificate di diritto come Paesi organizzatori.

L’allargamento consentirebbe così di vedere contemporaneamente ai Mondiali diverse selezioni storicamente competitive che, con il format attuale, rischiano spesso di eliminarsi a vicenda durante le qualificazioni, soprattutto attraverso le forche caudine degli spareggi. Il pensiero ovviamente corre subito all’Italia, da ben tre edizioni grande assente del Mondiale, ma anche squadre come Danimarca e Polonia per l’edizione 2026 hanno subito un’eliminazione quasi paradossale per il livello tecnico espresso.

Due posti in più per il Sudamerica

La CONMEBOL salirebbe da sei a otto qualificate dirette. Considerando il ranking FIFA, oltre ad Argentina, Brasile, Colombia, Uruguay, Ecuador e Paraguay, troverebbero spazio anche Venezuela e Cile.

In particolare il Venezuela potrebbe festeggiare una storica prima qualificazione mondiale, mentre il Cile ritroverebbe la Coppa del Mondo dopo anni complicati, riportando in scena una nazionale che ha scritto pagine importanti del calcio sudamericano nell’ultimo decennio e che manca dall’edizione del 2014, quando venne eliminata agli ottavi di finale dal Brasile ai calci di rigore.

CONCACAF sempre più protagonista

Anche la CONCACAF beneficerebbe dell’espansione, passando da sei a otto posti.

Alle protagoniste dell’edizione in corso, ovvero Messico, Stati Uniti, Canada, Panama e Curaçao si aggiungerebbero la Giamaica, eliminata per il 2026 negli spareggi intercontinentali, e la grande assente in America, la Costa Rica che nel 2014 nelle eliminata dall’Olanda nei quarti di finale solo ai calci di rigore. Al posto di Haiti, stando al ranking FIFA, ci sarebbe invece l’Honduras.

L’Africa continua a crescere

La CAF vedrebbe aumentare i propri posti da nove a undici.

Le qualificate sarebbero Marocco, Senegal, Nigeria, Algeria, Egitto, Costa d’Avorio, Camerun, Tunisia, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Sudafrica. Curiosamente, prendendo come riferimento il ranking FIFA, non ci sarebbe spazio per una delle grande rivelazioni del Mondiale 2026, Capo Verde, freschissima di un’esaltante partita persa solo ai supplementari contro i campioni del mondo in carica dell’Argentina. I posti nelle qualificazioni sarebbero dieci, considerando che il Marocco sarebbe ammesso d’ufficio come paese organizzatore.

L’impressione è che proprio il Mondiale a 48 squadre abbia dimostrato quanto il calcio africano sia ormai competitivo ai massimi livelli. Dopo lo storico quarto posto del Marocco nel 2022 e le ottime prestazioni offerte da diverse selezioni africane anche nell’edizione in corso, ampliare ulteriormente la rappresentanza del continente appare una scelta sempre più giustificabile.

Asia, due posti in più per concretizzare la crescita

L’AFC passerebbe da otto a dieci partecipanti. Un incremento che causerebbe forse le maggiori discussioni, visto che la confederazione asiatica è stata quella a soffrire di più nel Mondiale 2026. Solo due squadre ammesse ai sedicesimi, tra l’altro una di esse è l’Australia e sia gli “Aussie” sia il Giappone non hanno passato il turno, riducendo il contingente a zero negli ottavi di finale.

Le dieci qualificate sarebbero Giappone, Iran, Corea del Sud, Australia, Qatar, Uzbekistan, Iraq, Arabia Saudita, Giordania e la vincente dello spareggio tra Emirati Arabi Uniti e le altre contendenti previste dal percorso di qualificazione. Dunque a livello di ranking FIFA non cambierebbe nulla rispetto alle attuali qualificate, ci sarebbe solo la qualificazione diretta dell’Iraq e quella degli Emirati Arabi, decima nazionale asiatica nel ranking, attraverso uno spareggio contro l’Oman, che poi passerebbe dal barrage intercontinentale.

Oceania finalmente con due rappresentanti

L’OFC raddoppierebbe la propria presenza.

Accanto alla Nuova Zelanda (che ha combattuto discretamente nel girone di qualificazione del 2026) ci sarebbe anche la Nuova Caledonia, protagonista di una crescita significativa negli ultimi anni.

Per una confederazione che storicamente ha avuto pochissime possibilità di accesso diretto, si tratterebbe di una svolta epocale anche se non mancherebbero le perplessità: escluse Australia (già trasmigrata nella confederazione asiatica) e appunto Nuova Zelanda, il livello di nazioni come Nuova Caledonia, Thaiti o Samoa è ancora semi-dilettantistico..

Gli spareggi intercontinentali diventerebbero ancora più importanti

Anche il torneo di spareggio intercontinentale verrebbe ampliato, assegnando tre posti invece degli attuali due e coinvolgendo tutte le confederazioni.

In questo scenario ipotetico gli accoppiamenti sarebbero:

  • Slovacchia-Isole Salomone
  • Perù-Haiti
  • Burkina Faso-Oman

Tre confronti molto diversi tra loro che metterebbero in palio gli ultimi pass per il Mondiale, offrendo una concreta possibilità anche a nazionali emergenti provenienti da confederazioni differenti.

Più quantità, ma anche più qualità?

L’argomento principale dei contrari all’espansione è il rischio di abbassare il livello tecnico della manifestazione. Tuttavia, osservando i nomi delle possibili nuove qualificate, emerge una realtà diversa.

Molte delle nazionali che entrerebbero nel torneo hanno già disputato Mondiali in passato oppure stanno vivendo una fase di crescita importante. Serbia, Italia, Danimarca, Polonia, Cile, Emirati Arabi, Mali o Costa Rica sono selezioni che possono mettere in difficoltà chiunque in una gara secca.

Il Mondiale a 48 squadre sta inoltre dimostrando come il divario tra le grandi potenze e le nazionali di seconda fascia si stia progressivamente riducendo. Sempre più squadre provenienti da Asia, Africa e CONCACAF riescono a competere alla pari contro le tradizionali favorite, rendendo il torneo più imprevedibile.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi nei prossimi quattro anni, un Mondiale a 64 squadre potrebbe apparire meno rivoluzionario di quanto sembri oggi. Anzi, potrebbe rappresentare il naturale passo successivo nell’evoluzione di una competizione sempre più globale, nella quale il talento calcistico non è più patrimonio esclusivo di poche nazioni storiche, dando anche maggiore credibilità alla formula e maggiore interesse a una prima fase al momento anestetizzata dal ripescaggio di otto terze classificate su dodici gironi complessivi: per eliminare solo un terzo delle Nazionali partecipanti occorre disputare 72 delle 104 partite in programma.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Quando il (DR) Congo si chiamava Zaire

La Repubblica Democratica del Congo si è presentata ai Mondiali del 2026 in Nordamerica come una squadra vera, capace di superare il primo turno per la prima volta nella sua storia: ma non è la prima volta in Coppa del Mondo. Il precedente del 1974 racchiude una quantità impressionante di aneddoti e situazioni storiche.

Ci sono squadre che entrano nella storia per le vittorie. Altre per le sconfitte. E poi c’è lo Zaire del Mondiale 1974, una nazionale che è diventata simbolo di qualcosa di molto più grande del calcio: il rapporto tra sport e potere, propaganda e paura, gloria e sopravvivenza.

Per decenni quella squadra è stata ricordata soprattutto per il pesantissimo 9-0 incassato contro la Jugoslavia e per l’incomprensibile gesto di Ilunga Mwepu che, durante una punizione del Brasile, uscì dalla barriera per calciare via il pallone prima dell’esecuzione. Due immagini trasformate in caricature del calcio africano.

La realtà, però, era infinitamente più complessa e drammatica.

L’ascesa di Mobutu e la nascita dello Zaire

Nel 1960 il Congo Belga conquistò l’indipendenza nel pieno del processo di decolonizzazione africana. La stabilità, tuttavia, durò pochissimo. Nel 1965 il generale Mobutu prese il potere con un colpo di Stato, instaurando un regime autoritario destinato a durare oltre trent’anni.

Mobutu non voleva soltanto governare il Paese: voleva rifondarne completamente l’identità. Nel 1971 cambiò il nome dello Stato in Zaire, ribattezzò la capitale Léopoldville, diventata Kinshasa, e impose ai cittadini di abbandonare i nomi europei in favore di quelli africani. Lo stesso dittatore adottò il lunghissimo nome di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga, traducibile come “il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo”.

Anche il calcio entrò rapidamente a far parte del progetto politico del regime.

Il calcio come strumento di propaganda

Come molti leader autoritari, Mobutu comprese immediatamente il potenziale dello sport come mezzo di consenso nazionale e di prestigio internazionale.

Per questo affidò la nazionale al tecnico jugoslavo Blagoje Vidinic, reduce dalla positiva esperienza con il Marocco ai Mondiali del 1970.

La scelta si rivelò vincente, lo Zaire nelle Qualificazioni eliminò in successione Togo, Camerun, Ghana, Zambia e Marocco, conquistando uno storico pass per la Coppa del Mondo in Germania Ovest. Per la prima volta una squadra dell’Africa subsahariana riusciva a qualificarsi a un Mondiale attraverso il normale percorso eliminatorio.

La qualificazione trasformò i calciatori in autentici eroi nazionali. Mobutu ricompensò ciascuno di loro con una casa, un’automobile e un enorme prestigio sociale.

I “Leopardi” conquistano l’Africa

La nazionale era ormai conosciuta come i “Leopardi” (sempre idea di Mobutu), simbolo caro allo stesso regime.

Fra i protagonisti spiccavano figure diventate leggendarie: Adelard Mayanga, soprannominato “Passepartout”, Uba Kembo, ribattezzato “Cittadino-gol”, e soprattutto Pierre Ndaye Mulamba, conosciuto come “L’Assassino”.

L’attaccante firmò un’impresa ancora oggi irripetuta nella Coppa d’Africa del 1974, disputata in Egitto: nove reti in un’unica edizione del torneo, record tuttora imbattuto.

Lo Zaire vinse anche quella competizione continentale e Mobutu inviò addirittura il jet presidenziale per riportare a casa i campioni. Il trionfo aveva un enorme valore propagandistico, tanto che il dittatore fu costretto a regalare automobili perfino ai generali del suo esercito, gelosi dei premi ricevuti dai calciatori.

Mulamba ottenne persino l’Ordine del Leopardo, la massima onorificenza nazionale.

Dall’Africa all’Italia: la preparazione verso il Mondiale

L’avvicinamento alla Coppa del Mondo fu tutt’altro che semplice.

Il primo ritiro venne organizzato a Lucerna, in Svizzera, dove i giocatori passarono improvvisamente dai quaranta gradi africani al freddo alpino. L’impatto fu traumatico.

Per questo motivo la squadra si trasferì successivamente a Coverciano, in Toscana, affrontando tre amichevoli contro club italiani.

Lo Zaire perse 2-1 con la Fiorentina, venne sconfitto 3-0 dalla Roma e riuscì infine a strappare un pareggio per 1-1 contro il Cesena.

L’arbitro Concetto Michelotti ricordò quella squadra come estremamente educata e quasi intimorita dal contesto europeo, ma anche caratterizzata da una straordinaria irruenza nei contrasti.

La favola che conquistò la Germania

Una volta arrivata ad Ascheberg, nei pressi di Dortmund, la nazionale africana ricevette un’accoglienza calorosissima.

La popolazione organizzò feste, bande musicali e richieste di autografi. I media tedeschi trasformarono immediatamente lo Zaire nella simpatica outsider del torneo, la squadra che tutti speravano potesse sorprendere il mondo.

Dietro quell’immagine romantica, però, si nascondeva una pressione enorme.

Mobutu non seguì personalmente la spedizione, ma inviò funzionari governativi, militari e perfino stregoni affinché controllassero ogni aspetto della permanenza in Germania.

Il messaggio era inequivocabile: il mondo stava osservando lo Zaire e nessuno avrebbe dovuto far fare brutta figura al regime.

L’esordio contro la Scozia

Il debutto arrivò il 14 giugno 1974 al Westfalenstadion di Dortmund contro la Scozia. Vidinic schierò inizialmente un 4-3-3 destinato però a trasformarsi rapidamente in un prudente 4-5-1. Gli scozzesi vinsero 2-0 grazie ai gol di Peter Lorimer e Joe Jordan.

Sul secondo gol emerse già uno dei segnali della fragilità psicologica della squadra: la difesa sbagliò completamente il fuorigioco, Jordan colpì debolmente di testa e il pallone sfuggì incredibilmente sotto il corpo del portiere Kazadi, fino a quel momento considerato uno degli estremi difensori più affidabili del continente africano.

I giocatori dello Zaire denunciarono inoltre un clima particolarmente pesante in campo, raccontando di ripetuti insulti razzisti ricevuti dagli avversari, soprattutto da Billy Bremner.

Il disastro contro la Jugoslavia

La seconda partita cambiò definitivamente il destino della spedizione. A Gelsenkirchen lo Zaire affrontò la Jugoslavia, proprio il Paese d’origine del commissario tecnico Vidinic.

Dopo appena diciassette minuti il risultato era già di 3-0.

Secondo numerose testimonianze, Mobutu telefonò immediatamente ai dirigenti pretendendo spiegazioni. Pochi istanti dopo arrivò una decisione destinata a segnare la storia del torneo.

Su pressione del rappresentante del Ministero dello Sport, Vidinic sostituì il portiere titolare Kazadi con Tubilandu, estremo difensore molto meno esperto e completamente sopraffatto dall’emozione.

Lo stesso allenatore confessò in seguito ai giornalisti di aver ricevuto quell’ordine direttamente dai funzionari governativi, promettendo che non avrebbe mai più permesso alla politica di decidere i cambi.

Il risultato fu devastante.

La Jugoslavia travolse lo Zaire 9-0, eguagliando quella che ancora oggi rimane una delle sconfitte più pesanti nella storia dei Mondiali.

Nel caos generale accadde anche un episodio surreale: un calciatore dello Zaire colpì con un calcio l’arbitro, ma il direttore di gara espulse per errore Pierre Ndaye Mulamba, che ricevette poi una lunga squalifica internazionale.

La minaccia di Mobutu

Dopo il disastro contro la Jugoslavia il clima diventò irrespirabile.

Molti giocatori volevano soltanto lasciare la Germania e tornare a casa. Non per vergogna sportiva, ma per paura delle possibili conseguenze.

Fu allora che arrivò il messaggio attribuito ai dirigenti del regime:

“Se contro il Brasile perderete con più di tre gol, non tornate.”

Da quel momento il calcio passò decisamente in secondo piano.

La celebre punizione contro il Brasile

Nell’ultima partita del girone lo Zaire affrontò il Brasile campione del mondo in carica.

Kazadi tornò tra i pali e la Seleção trovò il vantaggio con Jairzinho, raddoppiò con Rivelino e chiuse il conto grazie a una clamorosa incertezza dello stesso portiere africano, che si lasciò sfuggire sotto il corpo un innocuo tiro-cross di Valdomiro.

Sul 3-0, però, arrivò la scena destinata a diventare una delle immagini più celebri nella storia dei Mondiali.

Su una punizione dal limite per il Brasile, Ilunga Mwepu uscì improvvisamente dalla barriera prima ancora dell’esecuzione e allontanò violentemente il pallone.

Per anni quel gesto venne interpretato come la dimostrazione dell’ingenuità tattica del calcio africano. Molto tempo dopo fu proprio Mwepu a raccontarne il vero significato.

Non si trattò di ignoranza del regolamento, ma di un disperato tentativo di perdere tempo, innervosire Rivelino e impedire che il Brasile segnasse il quarto gol. Mwepu sapeva delle minacce provenienti dal regime e sentiva inoltre il peso di essere rimasto in campo dopo l’errore arbitrale che aveva invece portato all’espulsione di Mulamba.

Quel gesto era dettato dal panico.

Il Brasile vinse 3-0. Lo Zaire aveva evitato il quarto gol e, probabilmente, conseguenze ancora peggiori.

L’oblio degli eroi

Contrariamente a quanto molti immaginarono, al ritorno in patria Mobutu non punì fisicamente la squadra. La punizione fu diversa ma altrettanto pesante.

Il dittatore decise semplicemente di abbandonare il calcio, interrompendo gli investimenti nella nazionale e concentrando le risorse su un altro grande evento destinato a entrare nella storia: la celebre Rumble in the Jungle, l’incontro mondiale di pugilato tra Muhammad Ali e George Foreman. Per i protagonisti del Mondiale iniziò un lento declino.

Kazadi morì in povertà nel 1996. Pierre Ndaye Mulamba fu costretto a fuggire dal Paese dopo un’aggressione armata. Rifugiatosi in Sudafrica, lavorò come parcheggiatore prima di diventare allenatore dei giovani, venendo infine riscoperto e celebrato durante i Mondiali del 2010.

Mafu Kibonge scelse invece la politica e si batté per ottenere un sostegno economico agli ex compagni di nazionale. Dal 2011 gli ex “Leopardi” del periodo 1968-1974 e le famiglie dei giocatori scomparsi ricevono infatti un contributo mensile.

Ilunga Mwepu rimase nel mondo del calcio come tecnico delle giovanili e assistente della nazionale congolese, fino alla sua morte nel 2015.

Anche Mobutu avrebbe visto crollare il proprio impero. Nel 1997 fu costretto alla fuga e morì pochi mesi dopo in esilio, lasciando il Paese in una situazione drammatica. Nacque la Repubblica Democratica del Congo, denominazione con la quale il paese si è oggi presentato ai nastri di partenza del suo secondo Mondiale di calcio, quello del 2026.

L’ultima fotografia di un sogno

Forse l’immagine più malinconica di tutta questa storia arriva nel 2010. Una troupe cinematografica rintracciò Ekofa Mbungu, uno dei protagonisti del Mondiale del 1974. Faceva il tassista.

E guidava ancora la Volkswagen verde che Mobutu gli aveva regalato trentasei anni prima come premio per la qualificazione mondiale.

Quell’automobile era l’ultimo frammento concreto rimasto del sogno dello Zaire: il primo grande sogno mondiale del calcio dell’Africa subsahariana, trasformato dalla storia in una tragedia sportiva e umana che, ancora oggi, continua a ricordare quanto il calcio possa essere molto più di una semplice partita. Anche se a testimoniarlo resta solo… un’auto.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Come fa l’Egitto a giocare i Mondiali con Zico e Trezeguet

Perché i protagonisti dell’Egitto (vittorioso per la prima volta in Coppa del Mondo nell’ultimo match contro la Nuova Zelanda) si chiamano Zico (anzi Ziko) e Trezeguet? La curiosa tradizione dei soprannomi nel calcio egiziano

La storica vittoria dell’Egitto per 3-1 sulla Nuova Zelanda ai Mondiali 2026 non ha regalato soltanto il primo successo dei Faraoni nella fase finale di una Coppa del Mondo. Ha anche riportato all’attenzione degli appassionati una delle tradizioni più curiose del calcio egiziano: quella dei soprannomi ispirati alle grandi stelle del calcio mondiale.

Nel tabellino della sfida sono infatti comparsi i nomi di Mohamed Salah, Mostafa Ziko e Trezeguet. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, gli altri due hanno inevitabilmente attirato l’attenzione dei tifosi. Possibile che ai Mondiali del 2026 segnino ancora Zico e David Trezeguet? La risposta è ovviamente no, ma la spiegazione è affascinante e racconta molto della cultura calcistica egiziana.

Trezeguet che non è Trezeguet

Il Trezeguet della nazionale egiziana si chiama in realtà Mahmoud Hassan. L’esterno offensivo, tra i giocatori più esperti della selezione africana, ricevette questo soprannome quando militava nelle giovanili dell’Al Ahly.

A coniarlo fu il tecnico Badr Ragab, che vide nel giovane calciatore alcune caratteristiche che gli ricordavano l’ex centravanti francese: una certa somiglianza fisica, i movimenti offensivi, il gioco aereo e la capacità di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. Quello che inizialmente era un semplice paragone è diventato col tempo il suo vero nome calcistico.

Oggi moltissimi tifosi lo conoscono esclusivamente come Trezeguet, tanto che il soprannome è ormai utilizzato anche nelle competizioni internazionali e nei documenti ufficiali del mondo del calcio.

Ziko, il soprannome diventato identità

Anche Mostafa Ziko non si chiama realmente così. Il suo nome completo è Mostafa Mohamed Zaki Abdelraouf, ma la sua storia è diversa da quella di Trezeguet.

L’origine del soprannome nasce infatti in famiglia. Il fratello maggiore era già conosciuto come “Zico”, sia per l’assonanza con il cognome Zaki sia per l’ammirazione verso la leggenda brasiliana. Quando Mostafa ha iniziato a giocare a calcio, allenatori e compagni hanno iniziato a chiamarlo “piccolo Zico”. Con il passare degli anni, il soprannome si è trasformato in “Ziko” ed è rimasto con lui fino alla nazionale maggiore.

Così, nel Mondiale 2026, il nome di una leggenda del calcio brasiliano è tornato a comparire tra i marcatori, anche se in una versione tutta egiziana.

E non è finita: c’è anche Dunga

La tradizione dei soprannomi celebri è molto diffusa in Egitto. Nella stessa nazionale è presente anche Nabil Emad, conosciuto da tutti come Dunga.

Il riferimento è all’ex capitano del Brasile campione del mondo nel 1994. Il soprannome nacque agli inizi della sua carriera, quando qualcuno notò la somiglianza nelle caratteristiche tecniche: centrocampista difensivo, disciplinato tatticamente, generoso e più orientato al lavoro sporco che alle giocate spettacolari.

Ma gli esempi non finiscono qui. Nel calcio egiziano si trovano anche giocatori come Karim Walid, soprannominato “Nedved”, oppure Ahmed Ramadan, noto come “Beckham”. Nomi che testimoniano quanto questa usanza sia radicata nel movimento calcistico del Paese.

Una tradizione che aiuta a distinguersi

Dietro questa abitudine c’è anche una ragione pratica. In Egitto nomi come Mohamed, Ahmed, Mahmoud o Mostafa sono estremamente diffusi e il soprannome diventa un modo immediato per distinguersi all’interno delle squadre e tra i tifosi.

Nel mondo arabo il soprannome, o laqab, ha spesso un valore identitario molto forte. Può nascere da una somiglianza fisica, da una caratteristica tecnica, da un episodio curioso o dall’ammirazione per un campione internazionale. Alcuni restano confinati allo spogliatoio, altri finiscono per accompagnare il giocatore per tutta la carriera, comparendo persino sulle maglie e nei tabellini ufficiali.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Che fine ha fatto “Lumumba”? Il tifoso-simbolo congolese bloccato dalla quarantena

Il ritorno della Repubblica Democratica del Congo ai Mondiali, atteso da ben 52 anni, è stato accompagnato da una nota amara che va oltre il risultato ottenuto sul campo. Nel match d’esordio contro il Portogallo, disputato il 17 giugno a Houston e concluso con un prestigioso pareggio contro la nazionale guidata da Cristiano Ronaldo, i Leopardi hanno dovuto fare a meno del loro sostenitore più celebre: Michel Kuka Mboladinga, conosciuto da tutti come “Lumumba”.

L’iconico tifoso congolese, diventato famoso in tutto il mondo per la sua caratteristica posa immobile ispirata a Patrice Lumumba, storico leader dell’indipendenza del Congo, non ha potuto raggiungere gli Stati Uniti a causa delle severe restrizioni sanitarie introdotte dalle autorità americane per contenere i rischi legati all’epidemia di Ebola che sta colpendo il Paese africano.

La conferma è arrivata direttamente dal ministro dello Sport Didier Budimbu, che ha spiegato come il celebre animatore della nazionale sia stato fermato dalle procedure di biosicurezza previste per tutti i cittadini provenienti dalle aree interessate dal contagio. Una situazione che ha privato la squadra non soltanto di un simbolo nazionale, ma anche di una figura considerata fondamentale sotto il profilo emotivo e motivazionale.

L’emergenza sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è stata ufficialmente dichiarata il 15 maggio scorso. Da quel momento, gli Stati Uniti hanno applicato rigidi protocolli di controllo per chiunque provenisse dalle zone colpite. Nel tentativo di consentire la partecipazione dei principali animatori della nazionale ai Mondiali, il governo di Kinshasa ha organizzato una speciale bolla sanitaria a Bruxelles, dove sei figure simbolo del tifo congolese, tra cui Lumumba, Evoloko, Ndundu e Yolela, sono state trasferite in attesa del completamento delle procedure richieste per l’ottenimento dei visti.

Tuttavia, il protocollo internazionale impone un periodo obbligatorio di osservazione della durata di 21 giorni, necessario per escludere eventuali rischi di incubazione del virus. Una scadenza che non poteva essere rispettata in tempo per la sfida contro il Portogallo. Secondo quanto dichiarato dal ministro Budimbu, il periodo di isolamento terminerà soltanto nei giorni successivi all’esordio mondiale della nazionale, rendendo inevitabile l’assenza del tifoso sugli spalti di Houston.

Le difficoltà non hanno riguardato soltanto i sostenitori. Anche la selezione congolese ha dovuto affrontare una preparazione complessa, condizionata dalle verifiche sanitarie e dalle procedure di ingresso negli Stati Uniti, ottenendo l’autorizzazione definitiva soltanto l’11 giugno, a pochi giorni dall’inizio del torneo.

Eppure Michel Kuka Mboladinga non sembra intenzionato a lasciarsi scoraggiare. Considerato un vero e proprio ambasciatore culturale della Repubblica Democratica del Congo, sostenuto economicamente dalle istituzioni e protagonista dei celebri “Blocs Leopards” che organizzano il tifo della nazionale, continua ad allenarsi quotidianamente per mantenere la sua caratteristica postura. Una preparazione quasi atletica che gli consente di esibirsi per lunghi periodi nella celebre posizione con il braccio proteso verso il futuro, diventata ormai un simbolo riconosciuto in tutto il continente africano.

Le autorità congolesi, inoltre, guardano con ottimismo ai prossimi impegni della squadra. Se il debutto mondiale si è svolto senza il sostegno del tifoso più famoso del Paese, la sua presenza è attesa per la seconda gara del girone, in programma il 24 giugno a Guadalajara contro la Colombia. Una partita che potrebbe rivelarsi decisiva nella corsa a una storica qualificazione agli ottavi di finale.

L’assenza di Lumumba ha assunto nel frattempo un significato che va oltre il semplice contesto sportivo. La vicenda evidenzia infatti il delicato equilibrio tra le esigenze della sicurezza sanitaria internazionale e il valore culturale che il calcio continua ad avere per molte nazioni. Per la Repubblica Democratica del Congo, tornata sulla scena mondiale per la prima volta dal 1974 (quando partecipò come Zaire), il tifo organizzato rappresenta una componente essenziale dell’identità nazionale e della propria rappresentazione internazionale.

Nonostante tutte le difficoltà logistiche e sanitarie, la nazionale congolese è riuscita comunque a conquistare un risultato di grande valore contro il Portogallo. Ora l’intero Paese attende il ritorno del suo tifoso simbolo, nella speranza che il carisma e l’entusiasmo di Michel “Lumumba” possano accompagnare i Leopardi nella sfida decisiva contro la Colombia e contribuire a scrivere una nuova pagina della storia calcistica congolese.