Una riflessione su ciò che si può amare incondizionatamente nonostante continui a deluderci
“Ho una fotografia della trasferta contro i QPR, il sabato dopo la tragedia dello Swindon. George Armstrong si sta rialzando, dopo aver segnato il gol decisivo in una partita vinta per 1-0; David Court sta correndo verso di lui, con le braccia in alto in segno di trionfo. In cima alla tribuna si vedono i tifosi dell’Arsenal che risaltano contro la sagoma di un condominio dietro allo stadio, anche loro con le braccia al cielo. Non riuscivo a capire assolutamente niente di quello che vedevo su quella foto. Cosa poteva importare ai giocatori, dopo il modo in cui si erano umiliati (e avevano umiliato me, naturalmente) sette giorni – dico sette giorni – prima? Perché mai un tifoso che aveva sofferto a Wembley quello che avevo sofferto io si alzava per applaudire un gol da niente in una partita da niente? A volte arrivavo a fissare quella foto per minuti interi, in cerca di un qualche segno del trauma della settimana precedente, di una qualche traccia di dolore o di lutto, ma non ne trovavo: a quanto pare tutti, tranne me, avevano dimenticato”.
Un gol da niente in una partita da niente. Quando Nick Hornby in “Febbre a 90“, best seller di cui si è scritto ormai tutto lo scrivibile, racconta della sua prima grande delusione calcistica, la sconfitta in finale di Coppa di Lega dell’Arsenal contro lo Swindon Town, allora formazione di Terza Divisione con quella partita che resta ancora un famosissimo “upset” del calcio inglese, regala un primo grande punto di contatto con il lettore e il tifoso medio. Tutti si sono trovati a masticare delusioni amare, ma quel senso di straniamento nel provare gioia al gol successivo della propria squadra, magari nella partita successiva che valeva sportivamente un centesimo di quella persa, è la vera prova del nove da superare per dimostrare quanto la propria fede possa essere incrollabile.
È da qui che bisogna partire per raccontare “Ode to the Mets”, la canzone con cui gli Strokes chiudono The New Abnormal, uno dei loro dischi più celebrati. Non è una canzone sul baseball nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più sfuggente e, proprio per questo, molto più universale. Julian Casablancas raccontò di aver iniziato a scriverla dopo una sconfitta dei New York Mets, la squadra della sua infanzia e che resta ancora al centro del suo cuore da tifoso, nonostante per una rockstar le lusinghe degli Yankees potrebbero essere molto più suadenti. Il cantante era rimasto colpito dall’ennesima delusione sportiva e aveva cominciato a scrivere mentre tornava a casa in metropolitana. Il titolo nacque quasi per scherzo, ma rimase. A spiegare perfettamente il senso della canzone fu Fabrizio Moretti, il batterista degli Strokes: si trattava di qualcosa a cui dai il tuo cuore, che ami incondizionatamente e che continua, puntualmente, a deluderti. Una definizione che potrebbe essere applicata benissimo a una squadra di calcio. A una città. A una famiglia. A un padre. O, forse, a tutte queste cose contemporaneamente.
L’amore non impara mai la lezione
C’è una strofa di “Ode to the Mets” che sembra quasi una fotografia di questo sentimento, cantata da Julian nel finale del pezzo lirico e amatissimo dai fans: “Gone now are the old times”. I vecchi tempi sono finiti. È una constatazione malinconica, quasi rassegnata. Ma non è necessariamente un addio. Perché il punto della canzone è proprio questo: sapere che qualcosa è cambiato, sapere che le cose non torneranno più esattamente come prima e, nonostante tutto, continuare a sentirsi legati a quella cosa. È il paradosso del tifo. Dopo una finale persa all’ultimo minuto, dopo un mercato incomprensibile, dopo una retrocessione, dopo sessant’anni di attesa, dopo l’ennesima stagione nella quale hai cominciato a sperare e hai finito per chiederti perché lo avessi fatto ancora una volta. E invece il tifoso torna. Sempre. Compra l’abbonamento, ricompra la sciarpa, rimette la maglia, torna allo stadio. E quando ricomincia il campionato, ricomincia anche lui.
Hearts, (in)glorious Hearts
Prendiamo gli Hearts (di cui avevamo già parlato non molto tempo fa per le velleità da moneyball del suo proprietario). Per una squadra che vive fuori dal duopolio Celtic-Rangers, vincere il campionato scozzese è qualcosa che assomiglia quasi a una rivoluzione. L’ultimo club non appartenente all’Old Firm a riuscirci era stato l’Aberdeen di Alex Ferguson nel 1984-85. Quarant’anni di dominio quasi ininterrotto avevano trasformato lo Scottish Premiership in una storia scritta prevalentemente da due colori. Poi arrivano gli Hearts. E nel 2025-26 succede qualcosa che a Edimburgo, forse, per qualche mese, sembra impossibile. La squadra di Tynecastle arriva all’ultima giornata con la possibilità concreta di conquistare il titolo. Basta un punto. Davanti c’è il Celtic che ha strappato una vittoria tra mille polemiche in casa del Motherwell la settimana prima, con una decisione arbitrale inspiegabile che dovrebbe già far capire in che direzione sta volgendo l’epilogo. A Parkhead però gli Hearts passano addirittura in vantaggio con Lawrence Shankland al 43′. A quel punto il sogno prende una forma quasi concreta. Poi arriva il pareggio di Arne Engels e, quando mancano soltanto tre minuti alla fine, Daizen Maeda segna il 2-1 per il Celtic. All’ottavo minuto di recupero arriva anche il 3-1 di Callum Osmand. Fine. Il Celtic è campione. Gli Hearts hanno perso il titolo nella maniera più crudele possibile e in estate vendono pure Shankland, capitano, bomber e uomo simbolo del club. Al peggio non c’è mai fine. Eppure la nuova stagione è iniziata e i tifosi “Jambos” sono ancora lì, ad esultare anche dopo aver visto sfumare nei preliminari la possibilità di partecipare alla Champions League prima, e all’Europa League poi. La rivincita? La vittoria ai rigori in casa del Rapid Vienna che ha garantito ai “Maroons” almeno la fase a gironi di Conference League. Per il titolo, si vedrà.
Lazio, l’eterna attesa
E poi c’è Roma, la città delle contraddizioni eterne. C’è la Lazio. Un’altra storia nella quale il verbo aspettare sembra essere diventato parte integrante del vocabolario del tifoso. La storia laziale è piena, di contraddizioni: grandi squadre e periodi bui, scudetti e fallimenti sfiorati, vittorie europee e stagioni di sofferenza, giocatori entrati nella leggenda e momenti nei quali il futuro sembrava semplicemente non esistere. Nel 2004 il club era praticamente sull’orlo del fallimento e fu salvato dall’intervento della nuova proprietà. Negli anni successivi sono arrivati trofei, qualificazioni europee e stagioni importanti. Ma il rapporto tra una parte della tifoseria e Claudio Lotito è rimasto segnato da una contestazione ormai ventennale.
E così, mentre il calcio continua a giocare le sue partite, una parte del popolo laziale sembra vivere in una specie di eterno giorno prima, aspettando qualcosa. Un salto di qualità, una proprietà diversa, un progetto, una promessa mantenuta, una squadra capace di trasformare l’amore in una nuova grande storia. Nel 2026 la protesta è tornata ancora una volta nelle strade di Roma. A luglio migliaia di tifosi hanno attraversato la città da Ponte Milvio verso il “Flaminio”. Le stime sulla partecipazione sono state diverse, ma tutte hanno restituito l’immagine di una manifestazione enorme. E c’è qualcosa di quasi struggente in tutto questo. Perché protestare contro la propria squadra è, in fondo, una delle forme più complicate dell’amore. È lo stesso paradosso di “Ode to the Mets”: una relazione che non funziona come dovrebbe, ma dalla quale non riesci a liberarti.
Il Rayo e la casa che non era più sua
A Vallecas, invece, la storia ha assunto una forma ancora più letterale. Il Rayo Vallecano è una squadra che non può essere separata dal quartiere. Il Rayo è Vallecas. Vallecas è il Rayo. Eppure, nell’estate del 2026, è successo qualcosa che sembrava quasi una metafora perfetta del calcio moderno: il Rayo ha rischiato di essere allontanato dalla propria casa. La Comunità di Madrid, proprietaria dello stadio, aveva disposto la sospensione cautelare della concessione dopo un audit che aveva rilevato gravi problemi di sicurezza, manutenzione e salubrità. Il club si è ritrovato così senza la possibilità di utilizzare regolarmente lo stadio nel quale aveva costruito la propria identità.
Per un periodo il Rayo ha dovuto cercare una nuova casa. Ha giocato a Butarque, a Leganés, e i tifosi hanno reagito in maniera significativa: le associazioni dei sostenitori avevano annunciato di non voler seguire la squadra in un altro impianto, rivendicando il diritto di vivere le partite a Vallecas. Era una situazione surreale, arrivata proprio dopo la notte magica incompiuta di Lipsia, con la prima finale europea nella storia del club persa contro il Crystal Palace. Una squadra costretta a giocare lontano dal quartiere che rappresenta. Poi, a settembre, la sospensione è stata revocata e il Rayo è potuto tornare a Vallecas. Ma la ferita è rimasta. E proprio mentre scriviamo, il rapporto tra club, tifosi e proprietà continua a essere attraversato da tensioni profonde. Il Rayo ha ritrovato la sua casa, ma il calcio, ancora una volta, gli ha ricordato quanto sia fragile l’idea stessa di appartenenza.
E in questo senso il Rayo è forse uno degli esempi più puri di quello che significa amare una squadra non soltanto per quello che accade sul terreno di gioco. Il tifoso del Rayo difende un pezzo del proprio quartiere, una storia sociale, un’identità costruita nel tempo. È un rapporto nel quale la squadra diventa parte del luogo e il luogo diventa parte della squadra. Anche quando le cose vanno male, anche quando arrivano sconfitte e polemiche, anche quando il proprio stadio non è più disponibile, il legame non viene meno. Cambia soltanto la forma della battaglia.
L’Inghilterra e la “Ricerca del tempo perduto”
E poi c’è l’Inghilterra, la patria del Football. Forse la più grande delle Nazionali condannate a vivere di futuro. Sessant’anni dal 1966, Sessant’anni nei quali ogni generazione ha avuto la propria occasione e ogni generazione ha avuto la propria spiegazione: la maledizione, la pressione, i rigori, la generazione d’oro, la generazione d’oro numero due, la generazione d’oro numero tre, il calcio che finalmente sarebbe tornato a casa. E poi no. Ancora una volta no. Nel 2026 l’Inghilterra ha fallito l’ennesimo assalto alla Coppa del Mondo e si è ritrovata costretta a ripartire. E lo ha fatto nel modo più fragoroso possibile: Croazia 0, Inghilterra 7.
Un risultato che, per una nazionale che da sessant’anni insegue la propria leggenda, sembra quasi una dichiarazione di intenti. Harry Kane segna due volte, poi arrivano Bellingham, Gordon, Saka, ancora Saka e Morgan Rogers. Sette gol, una vittoria record in Nations League e improvvisamente la stessa nazionale che sembrava avere perso per sempre il proprio passato ricomincia a parlare di futuro. È curioso. Il tifoso inglese vive da decenni dentro una contraddizione simile a quella degli Strokes. Ricorda continuamente ciò che non è più: il 1966, la coppa alzata da Bobby Moore, la sensazione di essere finalmente arrivati. Eppure continua a credere. Continua a cantare. Continua a partire per il torneo successivo. Continua a dire: questa volta (e anche it’s coming home, ma questa è un’altra storia..). Forse è proprio questo il significato più profondo di una fede sportiva: non credere che andrà necessariamente bene, ma credere che valga comunque la pena esserci quando arriverà il momento.
New York, New York
E allora torniamo da dove eravamo partiti. New York. I Mets. La squadra che ha dato il titolo a una canzone degli Strokes. La squadra della quale Casablancas ha parlato come della “team of my youth”, la squadra della sua giovinezza. I Mets hanno una caratteristica che li marchia a fuoco: giocano nella stessa città degli Yankees, nella capitale mondiale dello sport e dell’intrattenimento, dove gli Yankees rappresentano da sempre una delle più grandi dinastie sportive americane e, in generale, dello sport mondiale. Ventisette World Series, un’aura gigantesca, una storia che sembra quasi appartenere alla mitologia di New York. E dall’altra parte ci sono i Mets, la squadra che deve continuamente spiegare perché vale la pena amarla, che vive di grandi vittorie e grandi crolli, che ha avuto i suoi momenti di gloria ma non ha mai potuto sottrarsi al confronto con il fratello maggiore.
Una recente analisi ha fotografato perfettamente questa differenza: negli ultimi decenni gli Yankees hanno trasformato la qualificazione ai playoff quasi in un’abitudine, mentre i Mets hanno vissuto la postseason come un evento molto più raro. In 65 stagioni, i Mets sono arrivati ai playoff soltanto 11 volte. Eppure hanno milioni di tifosi. Tra questi ci sono attori, musicisti, comici e celebrità. Jerry Seinfeld è probabilmente il più famoso. Billy Joel ha cantato l’inno nazionale prima di diverse World Series dei Mets. Patrick Mahomes è cresciuto frequentando Shea Stadium perché suo padre giocava per New York. Donovan Mitchell è stato fotografato più volte con la maglia dei Mets. E poi c’è Julian Casablancas, che dei Mets ha conosciuto soprattutto il dolore. Casablancas raccontò di aver già visto il proprio cuore spezzarsi più volte da tifoso: ricordava soprattutto la sconfitta nelle World Series e quella contro i Cardinals nella NLCS del 2006. La sconfitta contro i Giants nel 2016 fu soltanto l’ultima di una lunga serie.
Ed è proprio questo il punto. Se “Ode to the Mets” fosse soltanto una canzone sul baseball, sarebbe una bella canzone. Ma diventa molto più potente quando la si ascolta come una canzone sull’appartenenza. Su qualcosa che hai ricevuto quando eri giovane. Su qualcosa che ti è stato insegnato ad amare. E che, anche quando ti fa male, continui a riconoscere come parte di te.
Quando una squadra diventa un padre
C’è poi un’interpretazione della canzone “apocrifa” che è interessante proprio perché aggiunge un’altra dimensione alla storia. Su Reddit, un ascoltatore ha letto alcuni passaggi di “Ode to the Mets” come il racconto di un rapporto difficile tra un figlio e il padre: un padre che torna da un viaggio, che è presente fisicamente ma distante, assorbito dal telefono e dal proprio mondo. È soltanto un’interpretazione dei fan, naturalmente, ma è un’interpretazione che acquista peso conoscendo la storia di Julian Casablancas. I suoi genitori divorziarono quando era bambino. Suo padre John Casablancas, fondatore di Elite Model Management, era una figura enorme, carismatica e allo stesso tempo difficile da avvicinare. Julian ha raccontato di aver sempre desiderato essere più vicino a lui e che quella distanza si tradusse anche nella sua ribellione adolescenziale. In merito a questa interpretazione, particolarmente rivelatori sembrano essere i versi:
“Back from his trip, he’s at the door
When he gets back, he’s on the phone
Innocent eye, innocent heart
No, it’s not wrong, but it’s not right
Innocent time out on his own
Not got gonna do that, I’m out of control
I was just bored playin’ the guitar
Learned all your tricks, wasn’t too hard
It’s the last one now, I can promise you that
I’m gonna find out the truth when I get back“
C’è una frase particolarmente significativa che Julian disse parlando del padre dopo la sua morte: anche se non sei particolarmente vicino a tuo padre, quando viene a mancare è come se crollasse il tetto della casa. È una frase che potrebbe appartenere a qualsiasi tifoso. Perché una squadra, per molti, è esattamente questo: una casa. Una cosa che ti viene consegnata prima ancora che tu sia abbastanza grande per sceglierla. A volte dal padre, a volte dalla madre, a volte dagli amici, a volte semplicemente dalla strada nella quale sei nato. E da quel momento non sei più completamente libero. Puoi arrabbiarti, puoi allontanarti, puoi dire che non vuoi più saperne, puoi persino smettere di guardare le partite. Ma quella cosa continua a vivere dentro di te.
Torneremo ancora
È questa, forse, la vera magia del calcio, del baseball o di qualunque sport sappia entrare nel cuore di qualcuno. Tra qualche settimana gli Hearts torneranno in campo e proveranno di nuovo a fare qualcosa che la storia recente ha detto loro essere quasi impossibile. La Lazio continuerà la propria stagione mentre fuori dallo stadio proseguirà una contestazione che sembra non avere una conclusione. Il Rayo tornerà a Vallecas, dopo aver scoperto che persino una casa può improvvisamente diventare un luogo dal quale essere allontanati. L’Inghilterra ripartirà da un 7-0 che, per una volta, non sarà soltanto una nuova promessa ma un segnale concreto. E i Mets continueranno a giocare a New York. Continueranno a perdere qualche partita che sembrava impossibile perdere, continueranno magari a vincerne qualcuna quando nessuno ci credeva più, continueranno a vivere accanto agli Yankees, continueranno a essere, per molti, la seconda squadra di New York. E continueranno a essere, per qualcun altro, la prima e unica squadra possibile. La coppa che non arriva, il campionato che ricomincia, il solito presidente, la solita protesta, la solita speranza, la solita promessa che stavolta sarà diverso.
E allora non importa quante volte una cosa ti abbia deluso. Se continui ad amarla, significa che quella cosa è diventata parte di te. E una canzone può diventare un inno alla fedeltà, alla memoria, alla testardaggine, alla capacità di tornare. Ancora. E ancora.
“Gone now are the old times
Forgotten, time to hold on the railing
The Rubik’s cube isn’t solving for us
Old friends, long forgotten
They all wait at the bottom
Of the ocean now has swallowed
The only thing that’s left
Is us, so pardon the silence
That you’re hearing is turning
Into a deafening, painful, shameful roar“


