“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince,” recita la famosa citazione di Gary Lineker, una delle più celebri della storia del calcio. Ma forse serve un aggiornamento: perché se qualche volta può capitare che i tedeschi perdano, l’Inghilterra non riesce proprio a scrollarsi di dosso un complesso ormai sessantennale.
“E alla fine perdono gli inglesi“. Forse Gary Lineker in persona ha immaginato di correggere e modificare definitivamente una delle sue frasi più famose, forse LA citazione per eccellenza quando si giocano i Mondiali. Almeno fino al 2014, quando la Mannschaft aveva alzato al cielo il suo quarto titolo Mondiale proprio contro l’Argentina, altra nemesi per eccellenza del calcio inglese.
Poi la tradizione sembra essere venuta meno: se l’Italia da tre edizioni non partecipa a una Coppa del Mondo di calcio, cancellando un rito che nei decenni aveva addirittura forgiato delle generazioni, rendendo “l’anno dei Mondiali” spesso un rito di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, ai tedeschi non è andata meglio con due eliminazioni al primo turno (mai successo da quando la prima fase a gruppi era stata istituita) e una insipida uscita di scena ai sedicesimi quest’anno, contro l’agguerrito ma modesto Paraguay.
La nemesi tedesca
Dunque se i tedeschi hanno smesso di vincere, la citazione di Lineker va letta “contromano” rispetto all’evento che l’aveva fatta nascere: sono proprio gli inglesi che non riescono a vincere. Lineker da giocatore aveva visto sfumare la qualificazione alle semifinali di Spagna ’82 proprio a favore dei tedeschi, ma il verdetto era maturato sulla base dei confronti contro i padroni di casa iberici, che fermarono l’Inghilterra dopo aver perso con la Germania (allora ancora dell’Ovest). La frase simbolo dell’humour all’inglese in salsa calcistica nacque quando nel 1990 i tedeschi si presero l’accesso alla terza finale consecutiva battendo un’Inghilterra tra le più talentose di sempre che al “Delle Alpi” di Torino cedette ai rigori a un passo dalla storia. In quella partita segnò proprio Lineker, la prima finale dopo la mitica estate del ’66 sembrava a portata di mano, resterà invece chimera anche per i successivi 36 anni.
Torna a casa, Coppa
Una vera e propria traversata del deserto, considerando che la “maledizione” riguarda anche gli Europei, che gli inventori del football non hanno MAI vinto. Nel 1996 nacque un’altra specie di sortilegio: un sodalizio artistico composto da Baddiel, Skinner and the Lightning Seeds compose “Three Lions“, dedicata alla Nazionale col celebre ritornello “It’s Coming Home” diventato un ritornello quasi inquietante. Il gioco di parole non parlava solo di una Coppa (in quel caso d’Europa e non del Mondo) pronta a “tornare a casa“, ma si riferiva anche al fatto che il football tornava a casa in quanto era l’Inghilterra ad ospitare il torneo. Che si chiuse, indovinate un po? Sconfitta ai rigori contro i tedeschi, esattamente come 6 anni prima in Italia.
Rigori, maledetti rigori. Portoghesi, maledetti portoghesi
La nemesi inizia a cambiare forma, gli inglesi si dimostrano improvvisamente incapaci di passare ai calci di rigore. Alle delusioni del 1990 e del 1996 si aggiungono quelle del 2004 e 2006, entrambe contro il Portogallo, che rovineranno praticamente l’esperienza di Sven Goran Eriksson alle prese con una squadra fortissima, che nel 2002 perde forse un’altra occasione della vita facendosi rimontare dal Brasile-fantasia di Ronaldo, Ronaldinho (che “uccellerà” il povero David Seaman) e Felipao Scolari, pronto a diventare Pentacampeao. In molti concordano che chi avesse vinto quel quarto di finale si sarebbe preso la Coppa, come poi così fu per la Seleçao.
Il fantasma di Geoffrey Hurst
Il filo rosso della storia continua ad accompagnare le delusioni inglesi. A Francia ’98 il gol più bello del Mondiale lo segna Michael Owen, ma la partita contro l’Argentina, nell’ideale rivincita 12 anni dopo la “Mano de Dios” di Maradona, la rovina l’espulsione di David Beckham che viene letteralmente massacrato dai tabloid britannici. Detto delle delusioni di Eriksson, l’Inghilterra continua ad affidarsi a un allenatore straniero e dal tecnico della Lazio dello Scudetto passa a quello della… Roma tricolore. Nel 2010 Fabio Capello parte per conquistare il Sudafrica ma spunta dal nulla il… fantasma di Geoffrey Hurst. Nel 1966 il bomber del West Ham segnò il gol-non gol più famoso di sempre (citofonare Bakhramov, guardalinee azero – all’epoca sovietico – per le spiegazioni), negli ottavi di finale contro la Germania nel 2010 Frank Lampard si vede negato un gol cristallino. Non c’è la goal line technology e il pallone terminato ben oltre le spalle di Neuer non viene visto da nessuno, se non da un miliardo di telespettatori in tv. Un paradosso che costò l’eliminazione ai Tre Leoni.

La modestia di Bobby Charlton
Gli Europei del 2012 segnano l’ennesima eliminazione ai rigori, stavolta contro l’Italia che nel 2014 batte all’esordio l’Inghilterra rovinando di fatto la campagna Mondiale di entrambe le compagini. È il punto più basso nella storia recente dei Tre Leoni perché nel 2016 arriva agli Europei l’eliminazione che non ti aspetti: agli ottavi la spunta l’Islanda, mai vista prima di allora in una fase finale di una grande competizione calcistica. Un ko epocale che offre a Sir Bobby Charlton l’assist per una battuta memorabile. La BBC chiese all’allora 79enne campione del mondo del ’66: “La vostra squadra che risultato avrebbe ottenuto contro questa Islanda?”. Charlton rispose asciutto: “Penso che avremmo vinto 1-0?” “Solo 1-0?,” ribatte un po’ sorpreso l’intervistatore. “Beh, devi considerare che abbiamo tutti più o meno ottant’anni…” sottolineò Sir Bobby.
60 years of hurt never stopped me dreaming
E torniamo alla mitica canzone. Il Mondiale in Russia del 2018 sotto la guida di Gareth Southgate vede tornare in “auge” il motivetto del 1996, proprio quando lo stesso Southgate sbagliava il rigore decisivo contro i tedeschi. Nello tsunami di corsi e ricorsi storici che ripercorre questo articolo, un particolare mica da sottovalutare. La Premier League infatti diventa alla fine del decennio scorso per distacco il campionato più competitivo del mondo e in molti pensano che anche la Nazionale possa beneficiare di cotanta abbondanza. Dal 2018 infatti i risultati dei Tre Leoni cambiano radicalmente in meglio, ma le delusioni si fanno per questo ancora più cocenti. In Russia l’Inghilterra passa in vantaggio in semifinale contro la Croazia con una punizione di Trippier ma la finale con la Francia sfuma clamorosamente contro una squadra alla portata. Nel 2021 (l’Europeo si gioca con un anno di ritardo causa emergenza Covid) tornano due vecchie conoscenze, l’Italia e i calci di rigore che vanificano anche la vittoria contro i tedeschi. La finalissima però si gioca a Wembley e questa è una ferita sanguinante per un’Inghilterra che cede la prima Eurofinale della sua storia a un’Italia nel mezzo di tre Mondiali saltati di fila. E in men che non si dica la strofa di speranza dei Lighting Seeds, “Thirty years of hurt / never stopped me dreaming” si trasforma in SIXTY years, arrivando all’ultimo ko contro l’Argentina.
Cosa manca per vincere
Infatti in Qatar nel 2022 l’Inghilterra esce dopo un drammatico quarto di finale contro la Francia, poi arriva in Germania un’altra finale Europea persa, contro la Spagna. Finisce il ciclo Southgate e arriva un tedesco sulla panchina inglese, Thomas Tuchel, che non è come dire un cane in chiesa ma quasi. Eppure stavolta sembrava quella buona: le esclusioni eccellenti di Tuchel che avevano fatto discutere al momento delle convocazioni hanno lasciato spazio a una squadra che, al momento del gol di Gordon, sembrava finalmente aver fatto scacco matto alle antiche paure. Che sono tornate invece tutte insieme in un finale di partita in cui gli argentini sembravano undici Maradona in quel torrido pomeriggio all’Azteca. Per vincere manca la capacità di produrre talenti locali in un campionato di livello internazionale. Paradossalmente la disastrata Italia potrebbe essere d’ispirazione, naturalmente guardando al passato: la Serie A stellare degli anni ottanta e novanta aveva prodotto una Nazionale Azzurra tra le migliori di sempre, ma forse erano altri tempi. Se gli inglesi hanno cavalcato la globalizzazione e l’invasione di stranieri creando una sorta di NBA del calcio, alla Nazionale manca ancora quel tocco di modernità che nessun tecnico straniero sembra aver saputo portare. Alla fine, gli inglesi perdono: anche Lineker sembra essersi arreso.
