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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

La Spagna ha salvato il calcio?

Le statistiche impietose della finale dei Mondiali hanno alzato il velo sul “bluff Argentina”. La Scaloneta ha rischiato di far saltare il banco ma forse senza davvero meritarlo, al contrario del 2022. E infatti l’epilogo è stato differente rispetto al Qatar.

Ci sono finali che entrano nella storia per lo spettacolo e altre che restano nella memoria per la loro bruttezza. Spagna-Argentina appartiene decisamente alla seconda categoria. Per lunghi tratti ha ricordato le finali più bloccate e povere di contenuti tecnici degli ultimi decenni, da Italia-Brasile 1994 (non a caso anch’essa giocata nella canicola americana all’ora di pranzo) ad Argentina-Germania Ovest 1990 (in una invece piacevole e temperata serata romana). Eppure, proprio dentro una partita tanto avara di emozioni, è arrivato il verdetto probabilmente più giusto possibile. La Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina ai supplementari grazie a Ferran Torres e, senza voler esagerare troppo, ha anche “salvato” il calcio da quello che sarebbe stato uno degli upset più clamorosi e meno meritati della storia della Coppa del Mondo.

Perché una cosa è vincere soffrendo, un’altra è arrivare fino in fondo vivendo quasi esclusivamente di episodi favorevoli, affidandosi al talento del proprio fuoriclasse (Messi, of course) e alle reazioni nervose dopo i gol incassati. L’Argentina aveva già sfidato più volte la sorte durante il torneo. In finale, però, la fortuna e il pragmatismo non potevano più bastare.

Una finale giocata… senza giocare

L’aspetto più impressionante della prestazione argentina non è tanto la sconfitta, quanto il modo in cui è maturata. Per 90 minuti l’Albiceleste non ha praticamente mai dato l’impressione di voler vincere la partita attraverso il gioco. L’obiettivo sembrava piuttosto quello di impedire alla Spagna di esprimersi, spezzettando il ritmo, abbassando il baricentro e cercando di trascinare gli avversari in una battaglia nervosa.

Il risultato è stato paradossale. La Spagna ha effettivamente faticato a creare occasioni limpide per lunghi tratti, ma l’Argentina ha completamente rinunciato a costruire qualcosa. I numeri raccontano una delle peggiori finali mai disputate da una squadra arrivata all’ultimo atto del Mondiale: nessun tiro nei tempi regolamentari, appena 0.17 expected goals nell’arco dei 120 minuti e Unai Simón mai realmente chiamato a una parata. È difficile ricordare una finalista così innocua sul palcoscenico più importante del calcio mondiale.

Lo strano piano di Scaloni

Lionel Scaloni aveva preparato una partita completamente diversa rispetto all’identità mostrata dalla Spagna durante tutto il torneo. Il suo 4-4-2 basso e asimmetrico puntava a sporcare la costruzione degli uomini di Luis de la Fuente, aspettando il momento giusto per colpire. Solo che quel momento non è mai arrivato.

Il centrocampo argentino è stato sistematicamente schiacciato dalla superiorità numerica spagnola. Enzo Fernandez e compagni sono stati manipolati dal possesso iberico, incapaci di recuperare palloni e costretti progressivamente a rinunciare persino all’idea di contendere il controllo della gara.

Laporte e soprattutto Cubarsí hanno anticipato sul nascere quasi ogni tentativo di verticalizzazione, mentre Messi veniva isolato come raramente gli era accaduto durante il torneo. Il fuoriclasse argentino ha vissuto una delle serate più frustranti della sua carriera mondiale: un solo tiro, facilmente murato dalla difesa, nessuna occasione creata per i compagni e pochissimi palloni ricevuti in zone realmente pericolose.

Tutti titolari per De la Fuente

Se l’Argentina si è progressivamente esaurita nelle proprie idee, la Spagna ha dimostrato ancora una volta di essere molto più di un semplice undici iniziale.

Luis de la Fuente ha costruito un gruppo nel quale la partita continua anche dalla panchina. Ferran Torres, Nico Williams, Pedri e Merino hanno cambiato completamente il volto della finale. L’ingresso dei quattro ha aumentato qualità, intensità e varietà offensiva fino a rendere inevitabile l’assedio alla porta difesa da Emiliano Martínez.

Non è un caso che il portiere argentino abbia dovuto compiere undici parate nella finale, addirittura una in più rispetto a quelle effettuate complessivamente da Unai Simón durante tutto il Mondiale.

Il dato fotografa perfettamente ciò che è stata la partita. L’Argentina resisteva esclusivamente grazie al proprio portiere entrato prepotentemente in partita dopo un paio di prese incerte; la Spagna continuava ad aumentare la pressione aspettando semplicemente che il muro crollasse.

L’espulsione di Enzo e il gol che sembrava scritto

Il secondo cartellino giallo rimediato da Enzo Fernandez al 90’ ha soltanto accelerato un processo che sembrava ormai inevitabile.

Con un uomo in meno, l’Argentina ha definitivamente rinunciato a qualsiasi ambizione offensiva, limitandosi ad aspettare i rigori. Una strategia comprensibile, ma anche l’ennesima conferma di quanto l’Albiceleste fosse ormai completamente scollegata dall’idea di poter vincere attraverso il calcio. Il gol del 106’ (arrivato dopo una rete annullata a Nico Williams tra i dubbi) è stato quasi una conseguenza naturale.

Lamine Yamal apre l’azione, Pedro Porro crossa, Nico Williams rimette intelligentemente il pallone al centro e Ferran Torres, entrato proprio per attaccare l’area con maggiore aggressività, trova il tap-in che vale la seconda stella mondiale della Spagna, trovando quella rabbia nella conclusione che forse era precedentemente mancata.

Il paradosso dell’Argentina durato un Mondiale intero

L’aspetto forse più curioso della finale arriva proprio dopo il gol subito. Improvvisamente l’Argentina si ricorda di avere anche un pallone tra i piedi. Arrivano il primo tiro (fuori bersaglio) della partita, un’occasione costruita con orgoglio e qualche minuto di pressione disperata. Troppo tardi.

Quella reazione finisce quasi per aumentare i rimpianti, perché dimostra come una squadra dalle enormi qualità tecniche abbia scelto volontariamente di non provarci davvero fino a quando non è stata costretta dagli eventi. Esattamente come era accaduto nella fase a eliminazione diretta in maniera sistematica, contro Capo Verde, Egitto, Svizzera e infine Inghilterra. Per oltre cento minuti aveva cercato soprattutto di rompere il gioco della Spagna, dimenticandosi completamente di costruire il proprio.

Collettivo batte mito

Alla fine questo Mondiale lascia anche un messaggio simbolico. Da una parte la Spagna, dove persino un talento straordinario come Lamine Yamal accetta di sacrificarsi per il sistema, correndo, coprendo e mettendo il gruppo davanti alle proprie giocate. Dall’altra l’Argentina, una squadra costruita attorno a Messi ma incapace di metterlo nelle condizioni di incidere quando contava davvero.

Non è un caso che la Roja abbia eliminato nell’ordine il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Francia di Mbappé e l’Argentina di Messi, costringendo tutte e tre le stelle a disputare la loro peggior partita del torneo. È la dimostrazione più evidente che il collettivo, quando è organizzato alla perfezione, può persino spegnere i più grandi talenti individuali.

Giustizia è fatta

Alla fine Rodri ha alzato la Coppa del Mondo come aveva già fatto con l’Europeo due anni prima. La Spagna aggiunge la seconda stella alla propria storia e completa un ciclo costruito attraverso anni di lavoro federale, dalla formazione giovanile fino alla Nazionale maggiore. Per una volta, il calcio ha evitato di raccontarsi la favola sbagliata. Perché sarebbe stato difficile spiegare come una squadra arrivata all’ultimo atto tra episodi favorevoli, incapace di tirare in porta per quasi due ore e decisa più a distruggere il gioco che a costruirlo, potesse diventare campione del mondo. Per giunta per la seconda volta consecutiva.

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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

Mondiali: Quarti di nobiltà

Dal 1954 a oggi la mappa delle Nazionali capaci di arrivare tra le prime 8 nella Coppa del Mondo è cambiata profondamente. Alcune scuole immancabili tra le protagoniste stanno tramontando, altre stanno emergendo. Il quadro di chi c’è, chi c’è stato e chi ancora non riesce ad esserci.

Arrivare almeno ai quarti di finale di un Mondiale non è soltanto sinonimo di una grande spedizione. È soprattutto il parametro più affidabile per misurare la continuità di una nazionale ai massimi livelli. Analizzando tutte le edizioni dal 1954 fino ai giorni nostri emerge infatti una mappa molto chiara: alcune potenze hanno attraversato le epoche senza mai scomparire davvero, altre hanno vissuto cicli irripetibili, mentre intere scuole calcistiche si sono progressivamente estinte o trasformate.  

Germania, la regina della continuità… fino al crollo recente

La statistica più impressionante riguarda senza dubbio la Germania. Dal 1954 al 2014 i tedeschi sono stati una presenza fissa tra le migliori otto del pianeta, senza mancare mai un’edizione. Dalla vittoria del primo titolo in Svizzera fino al trionfo in Brasile, passando attraverso Germania Ovest e Germania riunificata, la Mannschaft ha costruito una regolarità senza eguali.

Poi, improvvisamente, il vuoto.

Dopo il titolo mondiale del 2014, la Germania è uscita ai gironi nel 2018 e nel 2022, mentre nell’attuale ciclo non è riuscita nemmeno a ritrovare un posto tra le migliori otto, perdendo ai sedicesimi contro il Paraguay. Una frattura storica che interrompe oltre sessant’anni di continuità e rappresenta probabilmente il più grande cambiamento nell’élite del calcio mondiale degli ultimi decenni.  

Italia, da protagonista assoluta a presenza sporadica

Se il caso tedesco sorprende, quello italiano fa ancora più rumore. Gli Azzurri, protagonisti assoluti per tutto il Novecento, hanno vissuto un lento declino iniziato dopo Francia 1998. Da allora l’Italia è riuscita a entrare tra le prime otto soltanto una volta: nel 2006, quando trasformò quella cavalcata nel quarto titolo mondiale.

Per il resto, eliminazioni agli ottavi nel 2002, al primo turno (fase a gironi) 2010 e 2014, quindi l’assenza totale nelle ultime tre edizioni, senza nemmeno riuscire a qualificarsi.

Un dato impensabile fino a pochi anni fa: una nazionale che per mezzo secolo era stata una presenza quasi naturale nelle fasi finali oggi manca completamente dal palcoscenico mondiale.

Argentina, Brasile e Francia: le grandi che non tradiscono mai

Se Germania e Italia raccontano due parabole opposte, Argentina, Brasile e Francia rappresentano invece la capacità di rigenerarsi.

Il Brasile resta la nazionale più trasversale della storia: dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri è praticamente sempre presente nelle fasi finali, con una continuità che attraversa Pelé, Zico, Romario, Ronaldo, Ronaldinho e Neymar. L’eliminazione agli ottavi contro la Norvegia nell’edizione del 2026 ha escluso la Seleçao dalle prime otto di un Mondiale per la terza volta dal 1954 a oggi: nel dopoguerra era successo solo nel 1966 e nel 1990.

L’Argentina ha alternato qualche pausa ma dagli anni Ottanta in avanti è diventata una presenza costante, culminata con i trionfi del 1986 e del 2022 e con un’altra qualificazione ai quarti nell’edizione attuale. L’ultimo fallimento dell’Albiceleste risale all’eliminazione al primo turno nel Mondiale nippocoreano del 2002.

La Francia rappresenta invece il fenomeno più moderno. Prima del 1998 alternava grandi exploit a lunghe assenze; dal titolo conquistato in casa è diventata una delle nazionali più continue del panorama mondiale, trasformandosi stabilmente in una candidata al podio. Oltre ai due Mondiali vinti, appunto nel 1998 e poi nel 2018 in Russia, vanno ricordate le finali perse ai rigori contro Italia e Argentina: 4 finali Mondiali in 28 anni (e potrebbero diventare 5 battendo la Spagna in semifinale in America) quando prima i Bleus non ne avevano giocata neanche una, raggiungendo almeno i quarti di finale solo tre volte dal 1954 al 1994.

L’Inghilterra ha cambiato marcia

Per decenni gli inglesi sono stati la grande incompiuta del calcio mondiale.

A parte il titolo del 1966 e la semifinale del 1990, l’Inghilterra ha vissuto una lunga serie di eliminazioni precoci e assenze che hanno fatto discutere nel 1974, 1978 e 1994. Negli ultimi anni, però, il trend si è completamente invertito: quarti, semifinali e finali sono diventati appuntamenti fissi anche agli Europei, segno di una nazionale finalmente capace di dare continuità ai propri talenti. Manca la grande vittoria, che negli Usa ora Harry Kane e compagni cercheranno a 60 anni dall’ultimo trionfo. 

Croazia e Marocco, le nuove realtà

Lo schema evidenzia anche l’ascesa di nazionali che fino a pochi decenni fa erano praticamente assenti.

La Croazia, nata soltanto dopo la dissoluzione della Jugoslavia, è riuscita in meno di trent’anni a ritagliarsi uno spazio tra le grandi grazie al terzo posto del 1998, alla finale del 2018 e al podio del 2022. Anche il Marocco rappresenta un cambiamento storico: per decenni l’Africa aveva vissuto soltanto exploit isolati, mentre oggi i nordafricani sono diventati la prima selezione del continente capace di dare continuità alle proprie prestazioni ai massimi livelli, tra le prime otto nelle ultime due edizioni.

Il tramonto dell’Est europeo

Uno degli aspetti più interessanti da approfondire in questa “mappa” riguarda proprio l’Europa orientale.

Fino al 1990 era normale trovare almeno una o due rappresentanti dell’Est tra le migliori otto.

L’Unione Sovietica, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Bulgaria, la Romania e perfino la Germania Est (senza dimenticare l’Ungheria degli anni ’50 e ’60) hanno lasciato il segno in varie epoche. Il blocco socialista produceva scuole calcistiche estremamente competitive, sostenute da sistemi sportivi centralizzati e da campionati di alto livello.

Con la caduta del Muro e la dissoluzione di molti Stati, quel patrimonio si è frammentato. Oggi le eccezioni sono pochissime: come detto la Croazia è diventata la principale erede della tradizione jugoslava, mentre il resto dell’Europa orientale è praticamente scomparso dalla geografia delle grandi del calcio mondiale.

Gli exploit che restano nella storia

La tabella racconta anche storie irripetibili. La Corea del Nord del 1966, il Camerun del 1990, il Senegal del 2002, il Ghana del 2010, la Costa Rica del 2014 rappresentano quelle spedizioni capaci di rompere gli equilibri tradizionali, salvo poi non riuscire quasi mai a trasformare l’impresa in continuità.

Lo stesso vale per nazionali come Danimarca, Irlanda, Austria, Svizzera o Cile, capaci di raggiungere una singola volta l’élite mondiale senza riuscire a consolidarsi.

Le grandi non sono più sempre le stesse

Osservando oltre settant’anni di Mondiali emerge una conclusione evidente. La geografia del calcio mondiale è cambiata profondamente, ma non completamente. Brasile e Argentina continuano a rappresentare certezze, la Francia ha preso definitivamente posto nell’élite, l’Inghilterra ha trovato una nuova continuità, mentre Germania e Italia stanno vivendo il momento più difficile della loro storia recente.

Parallelamente è quasi scomparso il peso dell’Europa orientale, sostituito dalla crescita di nuove realtà come Croazia e Marocco, segno di un calcio sempre più globale ma ancora fortemente dominato da poche grandi scuole, senza che mondi emergenti come quello asiatico o i sempre attesi Stati Uniti riescano a ritagliarsi una vera competitività.

In fondo, i quarti di finale raccontano meglio di qualsiasi altro dato chi appartiene davvero alla nobiltà del calcio mondiale: vincere un Mondiale può essere l’impresa di un’estate, arrivare regolarmente tra le prime otto è ciò che distingue le dinastie dalle semplici favole sportive.

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Calciatori Fabio Belli

Branco: tre punizioni nella storia

di Fabio BELLI

Claudio Ibrahim Vaz Leal: un nome che i ragazzini appassionati di calcio leggono per la prima volta all’interno dell’album delle figurine Panini dedicato alla stagione 1986/87. Scritto in piccolo, ad indicare la vera identità di un nuovo talento brasiliano importato da una provinciale, il Brescia, che mancherà in quell’annata la salvezza in Serie A nonostante i gol di un bomber generoso, Tullio Gritti. E, come per molti talenti brasiliani, il nome “d’arte” di quel calciatore è breve e d’impatto: Branco. Quando arriva a Brescia, Branco ha ventidue anni ed è ancora acerbo per una ribalta come quella italiana che, in quegli anni, si afferma come la più rilevante a livello mondiale. Resta in Lombardia due anni, compreso uno in Serie B, poi viene ingaggiato dal Porto dove esplode il suo talento.

brancoSchierato inizialmente come interno di centrocampo, Branco in realtà eccelle come terzino sinistro, sfruttando un buon dinamismo e, soprattutto, un piede capace di calibrare lanci e cross perfetti. Soprattutto ai tempi del Porto emerge un suo particolare talento: quello sui calci di punizione. Branco è infatti in possesso di un tiro micidiale, potentissimo, forse il più violento della sua generazione. A questa potenza si abbina negli anni un affinarsi della tecnica: Branco colpisce il pallone sulla valvola applicando un effetto particolarissimo. La maggior parte degli specialisti imprime l’effetto a rientrare per aggirare la barriera e centrare l’incrocio dei pali, Branco tira staffilate centrali che si allargano verso l’estremità della porta, ed il portiere avversario vede sfuggire il pallone verso il quale è proteso in tuffo.

Questo talento si rivela nel Porto e nella nazionale brasiliana: ai Mondiali del 1990 in Italia, nel girone eliminatorio Murdo MacLeod, centrocampista della Scozia e del Borussia Dortmund, finisce in ospedale con un trauma cranico dopo essere stato colpito da una pallonata scagliata da Branco su punizione. Il malcapitato MacLeod era in barriera. L’Italia è però un conto aperto per Branco, considerando che i Mondiali finiscono nel peggiore dei modi per il Brasile, eliminato negli ottavi di finale dall’Argentina. Alla fine della competizione iridata si concretizza il trasferimento in un Genoa ambizioso, ricco di giocatori di qualità. Sono gli anni d’oro del calcio genovese, nella stagione del ritorno di Branco in Italia la Sampdoria vincerà lo scudetto ed il Genoa, quarto, si qualificherà per la prima volta nella sua storia in Coppa UEFA. Gioiello nella stagione dei grifoni, la micidiale punizione con la quale Branco regala il derby d’andata ai rossoblu contro i cugini futuri Campioni d’Italia. Una vittoria che sarà celebrata dai tifosi della Gradinata Nord con l’invio di una cartolina di Natale che raffigura la prodezza del centrale brasiliano.

La cavalcata in Coppa UEFA dell’anno successivo si rivelerà memorabile per il Genoa che sarà la prima squadra italiana capace di vincere ad Anfield, nella tana del Liverpool. Prima dell’impresa, i rossoblu avevano già ipotecato la qualificazione in semifinale nella gara d’andata. Il gol del fondamentale due a zero è a firma di Branco: una punizione da distanza incredibile, un capolavoro di potenza col pallone che disegna l’effetto sopra citato, caratteristico dei suoi calci piazzati. Marassi piange di gioia di fronte ad una delle più gloriose pagine della storia del Genoa.

Nel 1993 Branco torna in Brasile, tra Gremio e Corinthians, per preparare al meglio il Mondiale americano del 1994. E dopo la delusione del 1990, per il Brasile arriverà un titolo atteso 24 anni, dai tempi di Pelè. Tappa decisiva per la conquista del Mondiale, la vittoria nei quarti di finale contro l’Olanda: i tulipani rimontano due gol alla squadra di Romario e Bebeto, ma devono arrendersi al gol del 3-2. Firmato, neanche a dirlo, da una bomba di Branco che manda in delirio il Paese. Degna consacrazione per un campione abituato a chiudere in attivo i conti in sospeso.

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Calciatori Fabio Belli Nazionali

Francois Omam-Biyik, il salto del calcio africano oltre la propria storia

di Fabio BELLI

Il Mondiale del 1990 è stato un evento indimenticabile per gli appassionati di calcio. Un football all’epoca pieno zeppo di campioni, Maradona nell’Argentina, Roberto Baggio nell’Italia, l’Olanda di Van Basten e Gullit, i tedeschi, il Brasile dell’astro nascente Romario… insomma, un’epoca d’oro che andava a chiudere un decennio pieno di fantasia e di colori come gli anni ’80. E proprio al Pibe de Oro, in qualità di calciatore più forte del mondo e di campione iridato in carica, toccò aprire le danze del mondiale italiano nella partita inaugurale disputata al Meazza di Milano contro il Camerun.

Il calcio africano iniziava appena ad uscire dall’aspetto “pittoresco” che ne aveva contraddistinto la sua permanenza nelle competizioni internazionali dei precedenti vent’anni. Il Camerun era alla seconda partecipazione ai Mondiali e nel 1982 fece tremare gli azzurri poi Campioni del Mondo, uscendo imbattuto dal girone eliminatorio di Vigo dopo un 1-1 da batticuore contro l’Italia. Ma le prime vere squadre-sensazione del continente africano ai Mondiali furono l’Algeria nel 1982, trascinata dal “tacco di Allah” Madjer ed estromessa da un vero “biscotto” tra Austria e Germania ed il Marocco nel 1986, esaltato dai numeri degli estrosi Timoumi e Bouderbala nonché prima squadra del Continente Nero capace di superare il primo turno in un Campionato del Mondo. Il Camerun, sempre guidato in campo dall’ormai trentottenne Roger Milla, sembrava dunque la vittima sacrificale contro l’Argentina di Dieguito e Caniggia poi destinata ad arrivare di nuovo all‘atto finale della competizione.

Eppure proprio da quella partita gli sportivi di tutto il mondo inizieranno ad amare e sostenere i “Leoni Indomabili“, una generazione di calciatori che trovò le sue espressioni più talentuose nel portiere Tomas N’Kono, forgiato da anni passati nella Liga spagnola, e dallo stesso Milla, uno dei più forti attaccanti africani di tutti i tempi. Ma saranno anche tutti gli altri elementi in rosa a farsi conoscere e a conquistare le folle. A partire da quella di San Siro assolutamente incredula, dopo il fischio d’inizio, nel vedere Maradona e compagni stentare di fronte alla straripante forza atletica e alle accelerazioni devastanti del Camerun. Il tifo si schiera ben presto a favore dei “leoni indomabili”, ma la legge del più forte e del pronostico sembra compiersi inesorabilmente quando André Kana-Biyik si fa espellere lasciando il Camerun in inferiorità numerica.

Ma è a questo punto che si compie uno di quei miracoli che rendono unico il calcio: Makanaky scodella un pallone in area sul quale Francois Omam-Biyik si avventa saltando oltre le umane possibilità, come sembra evidente agli spettatori che in tutto il mondo seguono l’evento. Il portiere Pumpido, sorpreso quando ormai pensava che l’avversario non sarebbe mai arrivato all’impatto sul pallone, si lascia beffare ed il pallone si insacca in rete. E’ il gol che cambia il calcio internazionale e che apre una nuova frontiera nella quale il Camerun diverrà la prima squadra africana a piazzarsi tra le prime otto del mondo e che, soprattutto, rende la Coppa del Mondo un evento di massa anche in Africa. Nella capitale del Camerun, Yaoundè, il delirio provocato dal gol di Omam-Biyik proseguirà tutta la notte visto che i Leoni Indomabili, nonostante la chiusura del match in nove contro undici, portano a casa la vittoria contro i campioni del mondo in carica.

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Fabio Belli Football Mystery: la webserie

Football Mystery 3×02: Roipnol ’90

di Fabio BELLI

Il secondo episodio della terza serie dei nostri approfondimenti sui misteri del calcio si concentra su una storia che ha preso vita, volume e particolari col passare degli anni, con i protagonisti che si sono progressivamente sbottonati su un episodio che ha dell’incredibile. Stiamo parlando di fatti avvenuti in quello che non per niente viene considerato l’ultimo Mondiale di un calcio d’altri tempi, Italia 90: o forse in questo caso sarebbe più opportuno chiamarlo Roipnol ’90.

I FATTI
Negli ottavi di finale del Mondiale italiano del 1990 c’è in cartello una sfida classica, anzi superclassica, dal sapore della finale anticipata. Brasile e Argentina si sfidano nella cornice del nuovissimo stadio Delle Alpi di Torino, un prematuro incrocio a sorpresa tra due favoritissime figlio degli eventi dei gironi eliminatori. Mentre i brasiliani hanno fatto il loro dovere vincendo 3 partite su 3 in un raggruppamento abbastanza abbordabile con Svezia, Costa Rica e Scozia, l’Argentina ha pagato una delle più grosse sorprese della storia del calcio. Nella partita inaugurale dei Mondiali i campioni del mondo in carica vengono sconfitti dal Camerun, con uno straordinario gol di testa di Omam-Biyik. L’Argentina di Maradona ha dovuto rincorrere il ripescaggio contro Romania e Unione Sovietica ed è ora opposta ad un Brasile che sembra andare molto più forte e che effettivamente gioca la partita molto meglio dell’Albiceleste.

IL PERSONAGGIO
L’Argentina è sotto pressione, ma può vantare in rosa “Il” personaggio del Mondiale. Diego Armando Maradona quattro anni prima ha vinto, a detta di molti da solo, la Coppa del Mondo e medita di fare il bis con una squadra che continua ad essere abbastanza modesta, ma che rispetto a quattro anni prima ha qualche freccia in più nel suo arco. Come il sodale d’attacco di Diego, il rapidissimo Claudio Paul Caniggia, che come lui gioca in Italia. L’Argentina difende a ondate sugli attacchi dei brasiliani, si fa vedere raramente dalle parti della porta avversaria ma nel finale il Brasile sembra non averne più. Maradona capisce che il momento è quello giusto, danza tra gli avversari imbambolati nello stile del gol che aveva steso gli inglesi nel 1986 e serve in diagonale a Caniggia l’assist perfetto: Taffarel dribblato, Argentina ai quarti di finale, brasiliani attoniti. Già: perché “così” attoniti?

LE ACCUSE
Si parlerà della classica partita vinta dalla squadra che ha saputo subire e colpire in contropiede, non è la prima volta e non sarà l’ultima. Ma proprio Diego Maradona col tempo racconterà un retroscena incredibile, per giunta in diretta televisiva: “Molti dei calciatori in campo giocavano in Italia e anche i brasiliani – ha ricordato Diego – venivano a bere alla nostra panchina. E, quando è venuto Branco, gli ho detto “Valdito bevi pure”, lui si è scolato tutta l’acqua». «Poi – ha continuato Maradona – è venuto anche Olarticoechea e allora gli ho gridato: “no, no, da quella borraccia no. Fatto sta – ha proseguito Maradona – che a partire da quel momento, Branco, stralunato, tirava le punizioni e stramazzava a terra. Dopo la partita, quando i due pullmaìn si sono incrociati, m’ha fatto segno che era colpa mia. Ma gli ho risposto di no. C’era un buon rapporto tra noi, e non ne abbiamo più parlato». Qualcuno ha messo nell’acqua un Roipnol (un sedativo utilizzato dagli psichiatri – ndr), ed è finito tutto in vacca.” La testimonianza dello stesso Branco conferma le accuse: “C’ era Maradona a terra e accanto a lui il massaggiatore con le borracce. Chiesi a Diego il permesso di bere e loro, non ricordo se Diego o il massaggiatore, mi porsero un contenitore. Quell’ acqua aveva un sapore amaro, però non ci badai. In pochi minuti avvertii un malessere. Mi girava la testa, le gambe erano strane: a tratti mi sentivo un leone, a tratti ero sul punto di svenire. All’ intervallo domandai la sostituzione, ma il C.T. Lazaroni mi intimò di tenere duro”.

LE CONCLUSIONI
Storie di calcio d’altri tempi, ma già trasmesse in mondovisione. Non si pensava fosse possibile, ma le accuse vennero confermate, con Branco che raccontò: Un giorno, mi pare che fossimo nel ‘ 92, all’ aeroporto di Rio incontrai per caso Oscar Ruggeri che mi disse ridendo, “Ehi, Claudio, che bello scherzetto ti abbiamo combinato in Italia”, e racconta che quella borraccia aveva un tappo di colore diverso dalle altre perché dentro c’ era un sedativo. Ruggeri mi confidò che quella era l’ acqua per gli avversari. Non so quale veleno mettessero dentro l’ acqua, ma so che lo mettevano e questa è una cosa inaccettabile, antisportiva, per niente etica. Se quel giorno a Torino fossi stato sorteggiato per l’ antidoping, avrei fatto la figura del drogato e la mia carriera sarebbe stata rovinata.” A chiudere la polemica ci pensò un attaccante di quel Brasile che giocava per il Napoli con Maradona, Careca, che confermò però l’incredibile episodio: “A Branco girava la testa. Lui pensava che fosse il caldo. Magari gli è mancata la lucidità di dire “non sto bene resto fuori”. Poi tra di noi c’erano almeno quindici giocatori che giocavano in Italia, ci si conosceva tutti… ma non ce l’ho con Diego.
Alla fine sbagliò Lazaroni. Io e Alemão gli dicevamo che bisognava marcarlo a uomo, ma lui niente, voleva marcare a zona. Aveva appena firmato per la Fiorentina e doveva dimostrare qualcosa o fare degli esperimenti. Fatto sta che ci faceva giocare con la difesa a tre.” Secondo Careca, non fu colpa del sonnifero.

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Calciatori Jean Philippe Zito

José Antonio Chamot, il Guerriero che scoprì la Bibbia

di Jean Philippe ZITO

Ero un diciottenne, mentre lui era già un uomo. Per me era un idolo. In ogni sfida era un guerriero, sempre con la stessa intensità. Ho sempre provato a essere come lui”. Uno dei difensori più forti di tutti i tempi, Alessandro Nesta, parla così del giocatore che l’ha ispirato all’inizio della carriera, diventando un vero e proprio punto di riferimento. “Quando ero un ragazzino della Lazio pendevo dalle sue labbra. Era anche un duro. L’ho rivisto recentemente: è diventato un fanatico religioso”. Chi sta descrivendo il leggendario numero 13? José Antonio Chamot.

La carriera del difensore argentino inizia nel Rosario Central come terzino sinistro. Esordisce in prima squadra nella stagione 1988/89 a diciannove anni, collezionando 19 presenze. Nella stagione successiva con la maglia dei “Canallas” gioca 29 partite, mettendo a segno le sue uniche 3 reti in maglia giallo-blù. Dopo dieci presenze nel 90/91, viene acquistato dal Pisa. Il vulcanico presidente Romeo Anconetani, con un’intuizione delle sue, porta Chamot e Diego Pablo Simeone in Italia.

All’ombra della torre pendente, Chamot si adatta da subito al calcio tattico italiano, esordendo in serie A l’11 Novembre del 1990 nella sconfitta per 4 a 2 a Genova contro la Sampdoria. Gioca da terzino in entrambe le fasce, libero e difensore centrale. L’allenatore dei nerazzurri toscani, Mircea Lucescu, dà fiducia al giovane argentino, tanto che nella seconda parte della stagione Chamot è titolare inamovibile con 15 presenze, che non valgono però la salvezza. Infatti il Pisa retrocede in Serie B.

Nella stagione 1991/92 Chamot gioca con continuità da centrale nel trio difensivo del 3-5-2 di Ilario Castagner. Le buone prestazioni con la maglia pisana fanno sì che molti addetti ai lavori del “calcio che conta” lo tengano sott’occhio. Il 6 Ottobre del 1991 arriva anche il primo gol in Italia, nella vittoria del Pisa per 2 a 0 contro il Pescara. Durante l’anno viene espulso due volte, facendo emergere il suo spiccato agonismo, al limite del consentito.

Nel 92/93 il Pisa cambia l’ennesimo allenatore, ma Josè Antonio Chamot resta il perno della difesa. Gioca titolare per 34 volte, espulso in una sola occasione. Il carattere non manca al “Flaco” e Zdenek Zeman viene colpito anche da questo aspetto durante la partita di Coppa Italia che contrappone il Pisa al Foggia, terminata per 2 a 2 il 2 Settembre del 1992. Il tecnico boemo è pronto ad accogliere Chamot a braccia aperte alla corte dei “Satanelli” pugliesi l’anno successivo.

La prima partita trasmessa in pay per view del calcio italiano è Lazio – Foggia del 29 Agosto del 1993. Chamot ritorna in serie A dopo due anni passati nel campionato cadetto. Il rendimento è costante, confermando tutte le sue qualità. La buona tecnica di base, una grande fisicità e forte temperamento, gli valgono anche la prima chiamata in Nazionale. Debutta nella “Selección” nella finale di andata dello spareggio per le qualificazioni ai Mondiali di USA 94, del 31 Ottobre 1993, Australia 1 Argentina 1. A 24 anni si trova a giocare tra i migliori del suo Paese, affianco al monumento del calcio mondiale Diego Armando Maradona.

Con Zeman si conferma stopper affidabile, capace di mettere fiducia alla retroguardia rossonera guidata dal portiere Franco Mancini. Ma anche al termine di questo campionato, Chamot viene espulso in due occasioni. Nel rocambolesco 5 a 4 subìto dal Piacenza, Josè non batte ciglio e abbandona il campo mestamente. Invece, nella sconfitta per 2 a 0 contro la Cremonese, è vittima di uno scambio di persona. Non è lui a commettere il fallo da rosso diretto, ma a nulla sono valse le proteste. Il Foggia alla fine rischia di qualificarsi per la Coppa UEFA, arrivando a pochi punti dall’impresa. Chamot colleziona 30 presenze e Zeman, che nel frattempo è diventato l’allenatore della Lazio per la stagione 94/95, chiede al Presidente Cragnotti di acquistare il roccioso difensore argentino.

Nell’estate del 1994, per la cifra di 5 miliardi di Lire, Josè Antonio Chamot è un giocatore laziale. A 25 anni è titolare nella squadra di Zeman, giocando al centro della retroguardia biancoceleste al fianco di Cravero, Bacci, Negro, Bergodi ed un giovanissimo Alessandro Nesta.

Anche quest’anno non è fortunato con i cartellini rossi, nella prima stagione a Roma, viene espulso 3 volte. La prima, ingiustamente, il 2 Ottobre 1994 durante un Fiorentina – Lazio 1 a 1, allontanato dal rettangolo verde reo di aver commesso un fallo da ultimo uomo. Oltre il danno, la beffa, uscendo dal campo viene colpito da una moneta da 500 lire che gli fa perdere sangue dalla testa. La seconda il 4 Dicembre 1994, in Cagliari – Lazio 1 a 1, questa volta giustamente per fallo da ultimo uomo (e calcio di rigore per la squadra sarda), la terza il 12 Febbraio 1995, in un Torino – Lazio 2 a 0.

Impiegato anche come terzino sinistro, Chamot spinge molto sulla fascia e crea numerosi pericoli. Uno di questi sblocca i quarti di finale di Coppa UEFA contro il Borussia Dortmund

Il primo gol arriva in un Lazio 4, Genoa 0 il giorno della festa del papà del 1995.

Dopo aver conquistato un eccellente secondo posto in campionato, raggiunte le semifinali di Coppa Italia e i quarti di Coppa UEFA, la stagione successiva lo vede ancora titolare fisso.

Nel 95/96 esordiscono i nomi e i numeri fissi sulle maglie da gioco, Chamot sceglie il numero 6, che è sempre stato il suo numero preferito. 32 presenze in Serie A (1 espulsione, sempre per fallo da ultimo uomo), 4 in Coppa Italia e 1 in Coppa UEFA. Terzo posto nella classifica finale, la Lazio di Zeman è una certezza ai vertici del calcio italiano.

Chamot intanto, inizia un percorso interiore che lo avvicina alla fede e a Dio: “Un giorno ero molto sopraffatto, stanco dei tanti viaggi, ho iniziato a guardare la televisione fino a quando ho trovato un canale cristiano e questo ha cambiato la mia vita perché ho imparato cos’è la Bibbia e chi è Gesù”. Racconta in un’intervista. “Quando si desidera avere denaro e poi ci si rende conto che il denaro non è tutto, cominci a sentire un grande vuoto. Dio ha riempito il mio cuore e cerco sempre di seguire la Sua parola”.

Nel 1996 partecipa come fuori età alle Olimpiadi di Atlanta, Chamot gioca da titolare in tutte le partite che lo vedono protagonista fino alla fine. L‘Argentina però perde 3 a 2 la finale contro la Nigeria con un contestatissimo gol al 90° minuto.

La stagione 1996/97 vede numerosi cambiamenti nell’undici titolare della Lazio: via, tra gli altri, Winter, Di Matteo e Boksic; dentro Protti, Okon e Fish. La concorrenza è alta, anche perché è esploso definitivamente il talento del romano e lazialissimo Nesta. Nonostante tutto, Josè riesce a conquistare per il terzo anno consecutivo i gradi di titolare, prima con Zeman in panchina, poi con Zoff. È una colonna della difesa, che a 27 anni è nel pieno della sua carriera. 34 presenze complessive (29 in Serie A, 2 in Coppa Italia, 3 in Coppa UEFA condite da un gol),

Nel 97/98 arriva Sven Goran Eriksson, in difesa la Lazio acquista Giuseppe Pancaro dal Cagliari e l’esperto Giovanni Lopez dal Vicenza. Chamot ha qualche problema fisico all’inizio della stagione, ed il tecnico svedese pian piano preferisce dar fiducia alla coppia di centrali Nesta-Negro, con Favalli terzino sinistro (capitano) e Pancaro terzino destro.

A fine anno con sole 11 presenze in campionato lascia la Lazio e l’Italia, alzando al cielo la Coppa Italia, destinazione Madrid.

All’Atletico torna a giocare con maggiore continuità e dopo solo una stagione e mezza, nel gennaio del 2000 a quasi 31 anni viene acquistato dal Milan esordendo da titolare il 27 Gennaio contro l’Inter in Coppa Italia. A Milano, sponda rossonera, riabbraccia il suo ex compagno Alessandro Nesta, raccoglie 51 presenze totali, vincendo una Coppa Italia nel 2003 e, soprattutto, la Champions League 2003.

Dopo una sola presenza con gli spagnoli del Leganes nella stagione 2003/04, torna in Argentina nel Rorsario Central. Nel 2006 a 37 anni si ritira proprio nel club dove la sua lunga carriera è iniziata.

Nel 2009 inizia la carriera da allenatore, come secondo, per passare per una sola stagione al River Plate dell’ex compagno laziale Matias Almeyda nel 2011 e tornare poi, nel 2017 al Rosario per esordire come allenatore della prima squadra.

Oggi Josè Antonio Chamot è il tecnico del squadra paraguaiana del Libertad, continua a vivere il calcio con passione, grinta e coraggio.

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Fabio Belli Stadi

5 strane apparizioni sui campi di calcio di tutto il mondo

di Fabio BELLI

Osservando una partita di calcio, allo stadio o anche vedendola trasmessa in televisione, comodamente seduti a casa, può capitare di vedere cose che mai ci si sarebbe aspettati di trovarsi di fronte, come catapultate da una dimensione parallela. Ecco dunque, cinque strane apparizioni sui campi di calcio di tutto il mondo.

1) Il furetto svizzero

La scena che vedrete strappa sicuramente un sorriso. E’ già capitato di vedere un campo di calcio, anche in occasione di partite molto importanti, invaso da animali, cani e gatti in primis. Durante un match del massimo campionato elvetico fra il Thun e lo Zurigo, è stato però un imprendibile furetto a fare irruzione, mandando ai matti i calciatori che provavano ad acciuffarlo. Ecco perché spesso si definisce “un furetto” un giocatore guizzante, immarcabile: e anche quando la caccia va a buon fine, c’è sempre spazio per una piccola vendetta da parte dell’animale catturato.

2) I bambolotti argentini

Il derby rosarino in Argentina è sentito alla pari, se non di più di quelli di Buenos Aires, tanto che Rosario si fregia del titolo di “Città del calcio”, in un paese che vive comunque 24 ore al giorno per il Futebol. E quando il Rosario Central ha vinto il sentitissimo derby contro il Newell’s Boys, prendendosi la supremazia cittadina, i tifosi hanno inscenato una stranissima presa in giro nei confronti dei rivali: decine di bambolotti con la maglia rossonera del Newell’s sono stati lanciati in campo, costringendo gli steward a sospendere la partita per rimuoverli. Una scena paradossale.

3) Il treno slovacco

In Italia spesso le strutture non all’avanguardia, anche in grandi città, portano i tifosi a lamentarsi della mancanza di parcheggio e di trasporti nel recarsi allo stadio. Un problema che in Slovacchia non hann: nel match di terza divisione fra Tatran Cierny Balog e Mladost Pohorelà si è potuto ammirare il treno della storica ferrovia non elettrificata Ciernohronská passare tra la fascia laterale e la tribuna, a partita in corso. Per tornare a casa velocemente, qualcuno potrebbe anche pensare di balzare al volo sul convoglio: ma voi non fatelo a casa.

4) Il fulmine sudafricano

Passiamo a un episodio che poteva avere conseguenze drammatiche, ma che fortunatamente non ha lasciato strascichi o conseguenze. In Sudafrica, in un match della massima serie, la Premier Soccer League, dopo un forte boato alcuni giocatori si sono accasciati improvvisamente a terra. Difficile pensare a un malore simultaneo, sono bastati pochi secondi per capire cosa fosse davvero accaduto: un fulmine si era scagliato dal cielo sul campo di gioco, e molti calciatori sono rimasti storditi. Partita sospesa, ma dopo le cure dei sanitari tutti i protagonisti in campo si sono ripresi.

5) Lo spettro boliviano

L’ultimo video ha fatto discutere il web per molti mesi. Durante un match del campionato boliviano fra le formazioni del The Strongest e del Defensor Sporting, un’ombra ha attraversato velocemente la tribuna: analizzando l’immagine, si vede una sorta di spettro correre a grande velocità attraverso il pubblico e passando anche nel mezzo di un vetro divisorio. La gran velocità e la prospettiva irreale hanno fatto parlare di un fantasma. Due le spiegazioni plausibili: una prospettiva deformata che ha fatto risultare in maniera singolare la corsa (comunque forsennata e difficile da condurre tra i gradini) di un tifoso, passato semplicemente poi nel mezzo di un cancello aperto. Oppure, il riflesso dell’obiettivo della telecamera relativo a un tifoso che stava in realtà correndo nella tribuna opposta e di cui stava venendo proiettata l’ombra. Conferme su queste teorie non sono mai arrivate, in ogni caso.

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Alessandro Iacobelli Allenatori

Julio Velasco: il filosofo tra volley e calcio

di Alessandro IACOBELLI

Salvare la pelle nell’Argentina degli anni settanta non era cosa scontata. Julio Velasco ne ha viste e passate tante. Parenti e amici spariti nel terribile vortice della dittatura targata Videla e soci. La filosofia il suo primo amore. Nato a La Plata, il giovane Julio studia con impegno e consapevolezza. Diventa anche assistente dei professori, ma ben presto le mani perverse del potere fascista lo costringono a cambiare lido. L’adesione ai dettami del comunismo locale non lo rendono simpatico ai piani alti.

Viaggia quindi alla volta di Buenos Aires. Dai libri al parquet. La passione per il volley prende senso e forma. Da giocatore nelle formazioni minori alla panchina ci vuole un attimo. Il Ferrocarril Oeste è solo la prima fermata di un viaggio destinato all’eternità. L’alba degli anni ottanta prepara la svolta professionale per il trainer di La Plata. La federazione argentina gli offre lo scettro di allenatore in seconda della Nazionale maggiore. Un terzo posto ai mondiali e, nel 1983, lo stivale della pallavolo accoglie la sua professionalità. La prima chiamata in Serie A2, alla corte della Latte Tre Valli Varesine.

Passano due anni e si scatena l’epopea trionfale della Panini Modena. In Emilia Velasco trova l’ambiente ideale per insegnare e, solo dopo, allenare. Educare un gioiellino alle primissime armi come Lorenzo Bernardi, colonna precoce di un’orchestra perfetta, è la scommessa più stimolante. Lucchetta, Vullo e tanti altri. Quattro scudetti consecutivi, poker anche in Coppa Italia e un successo in Coppa delle Coppe. Un Curriculum da mille e una notte. Nel 1989 la Nazionale italiana vuole affacciarsi al nuovo decennio puntando forte al tetto dell’universo sotto rete. Il capolavoro diventa subito una dolce realtà. Due ori in quattro edizioni dei campionati del mondo, con tre vittorie in salsa europea e cinque acuti in World League.

Velasco non si ferma. Da coach a dirigente nel calcio il passo è naturale e tutto da scoprire. Nel 1998 la Lazio del patron Cragnotti cerca figure di spicco per rinnovare l’organigramma societario. Il ruolo di manager stuzzica la mente del filosofo che, senza troppe esitazioni, firma il contratto con il sodalizio biancoceleste. Da Roma a Milano. Velasco passa successivamente all’Inter, per una breve esperienza in nerazzurro.
Il romanzo sportivo di Velasco continua con un’operazione nostalgia in piena regola. La pallavolo è il grembo materno da riscoprire. Passaporto in tasca e valigia in mano. Dalla Repubblica Ceca alla Spagna, passando per Iran e Argentina. Sei giri molto intensi.

Rievocare i fasti del passato. Questo l’auspicio del maestro Julio. Il grande ritorno a Modena, la scorsa estate, non è un caso. L’ennesima sfida per il tecnico di La Plata.

“La cultura degli alibi” il dogma semplice ma colmo di profondità. Giustificare un errore o una sconfitta dando la colpa a fattori esterni alla propria responsabilità. Julio Velasco si è sempre opposto con fermezza a questa discutibile abitudine. I fatti gli hanno dato ampiamente ragione.

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Alessandro Iacobelli Le Finali Mondiali

2014: Germania-Argentina 1-0 dts. Il lampo della perfezione tedesca

di Alessandro IACOBELLI

Un lampo all’improvviso. Un guizzo che, al momento giusto, rende il calcio ad un pallone poesia a rima baciata.

Al minuto 113 dei tempi supplementari il cilindro di Mario Gotze estrae il colpo dello strike. La Germania torna sul tetto dell’universo al termine di un digiuno durato ben 14 anni. Il Mondiale in salsa brasiliana del 2014 mette a confronto nell’ultimo appuntamento il contingente teutonico e la speranzosa Argentina.

La perfezione tedesca è frutto di una generazione costruita ad arte, come naturale successione delle cocenti delusioni patite nel 2006 (in casa) e negli Europei del 2008. A Berlino riconoscono l’empasse del movimento e disegnano il progetto di rinascita. Si parte dalle fondamenta dei vivai. Strutture all’avanguardia con istruttori qualificati pongono solide basi. Bastano pochi attimi per veder fiorire talenti limpidi. Già nella spedizione sudafricana del 2010 la lista dei 23 del ct Loew annovera piccoli gioielli da curare e proteggere. In porta il monumentale Neuer. L’armadio Jerome Boateng copre la retroguardia. Le principali novità in zona nevralgica con Kroos, Muller, Khedira e Ozil. Il disegno completo vedrà la luce due anni più tardi con Reus e proprio Gotze chiamati per l’Europeo in Polonia e Svizzera. Su questi solidi mattoni floride ecco pure qualche navigata chioccia come Lahm, Schweinsteiger, Podolski e Klose.

La storia Albiceleste è diversa e particolare. Dal giubilo messicano del 1986, con un Maradona fuori dalla normalità per tecnica e forma atletica, le glorie sono andate in archivio con la parabola discendente dello stesso Pibe de oro. Eccezione che conferma la regola il paradiso solo sfiorato nel 1998 nei quarti di finale con le risate dell’Olanda di Berkamp e Davids. Opache le prestazioni nelle seguenti tre edizioni. Nel 2010 la versione aziendalista di Maradona, come Commissario Tecnico, non riconsegna Diego nella sua versione irripetibile. Passano quattro anni e l’Argentina si affida a mister Alejandro Sabella, onesto trainer chiamato dopo l’interregno fallimentare di Batista. Le convocazioni non lasciano spazio a sorprese o esclusioni da prima pagina. La grazia calcistica pullula nel reparto offensivo. C’è tutto il meglio desiderabile nel pieno della maturità. Messi, Aguero, Higuain, Lavezzi e Di Maria. Il resto dello scacchiere esterna lacune croniche che si manifestano come tasse obbligatorie.

Il 13 luglio 2014 il Maracanà è una pentola bollente. 80000 spettatori gridano, piangono, sognano e gioiscono. L’attesa svanisce. Si parte agli ordini di Rizzoli. Nel primo tempo la Germania è distratta e indolente. Il Pipita avrebbe due ghiotte occasioni ma non riesce a scartare i regali emozionandosi dinanzi a Neuer. Alla mezzora però la rete si gonfia con Gonzalo che già esulta. La terna arbitrale non è d’accordo e annulla per fuorigioco. Da quel momento in poi la compagnia tedesca sobbalza dal letto. Howedes fa tremare il palo. Kroos non dona potenza al suo destro su invito a nozze di Ozil. Messi c’è? Sì ed invia qualche squillo, ma lo stomaco sale sulle montagne russe. Lionel accusa nausea e vomito a ripetizione.

Il pareggio dura e resiste fino al novantesimo. Si va ai supplementari. Entra Palacio e si complica la vita provando un pallonetto sul portiere avversario. Un’altra chance sprecata dai sudamericani. Ci vuole concretezza, senza sconti. Scocca il 22’ della prima frazione supplementare e i tedeschi trovano il codice per aprire la cassaforte. Servizio di Schurrle per Gozte. L’asso del Borussia Dortmund addomestica la sfera con il petto e, con un sinistro al volo, cambia la sua vita ed il Mondiale. Romero è impotente e sconsolato.

La celebre massima di Gary Lineker non mente mai: “In campo 22 giocatori rincorrono un pallone e alla fine a vincere è la Germania”. Nella notte di Roma come a Rio de Janeiro. Sempre di misura, sempre contro l’Argentina. Il destino dello sport più bello è una sentenza. La birra può tornare a scorrere lungo le vie di Berlino.

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#Contromondiali Fabio Belli

#Contromondiale 20: #Olanda, #Brasile, #Cillessen, #Germania, #Argentina, #Messi, #Götze, #Klose, #Rihanna, #Maradona, #GER

di Fabio Belli

Brasile – Olanda 0-3

La "tensione" di Cillessen per gli attacchi del Brasile
La “tensione” di Cillessen per gli attacchi del Brasile

128. La “finalina” per il terzo posto dei Mondiali è una strana bestia: in nessuna altra competizione sportiva il ko in semifinale lascia tanto amaro in bocca, e infatti alla vigilia nessuno sembra voglia giocare quella che appare come un’inutile passerella. Poi invece, in campo la sfida si riaccende, e almeno quella medaglia di bronzo si vuol provare ad afferrarla. Solitamente, chi arriva più scarico perde: accadde in tempi recenti a Bulgaria, Corea del Sud e Portogallo, già paghe della semifinale, è successo anche stavolta al Brasile, ma per motivi opposti. Dopo la più grande umiliazione di sempre per la Selecao, è arrivato un nuovo disastro di fronte agli orange alleggeriti dalla tensione della semifinale, e di nuovo micidiali in contropiede. L’immagine del portiere Cillessen seduto in stile giardini pubblici col supporto del palo, è indice di quel poco che è riuscito a creare il Brasile nelle due partite decisive, quelle che dovevano portarlo sulla strada dell’Hexa.

Trovate Waldo ancora una volta
Trovate Waldo ancora una volta

129. Non è stato “Maracanazo”, ma un’umiliazione ben diversa, che paradossalmente ha solleticato l’orgoglio della torcida, che per il senso del dramma tipicamente sudamericano, digerirà sempre meglio una profonda umiliazione che una sconfitta stile 1950, quando le mani erano già sulla coppa. E così al Maracanà, nonostante i tedeschi avessero inflitto loro la peggior sconfitta della storia, non ci sono stati dubbi. Il “nemico” era e restava l’Argentina, come testimoniato dal tifoso che non ha avuto paura di scatenarsi in mezzo agli “hinchas” dell’albiceleste.

Olanda di nuovo sul podio
Olanda di nuovo sul podio

130. L’Olanda ha piazzato un primato, facendo giocare tutti e 23 i convocati, prima squadra a mettere in atto una soluzione simile ai Mondiali. La squadra di Van Gaal partiva a fari spenti, l’impressione è che forse il bersaglio grosso si poteva afferrare più questa volta che 4 anni fa, quando la Spagna dava una sensazione di superiorità generale difficile da smentire. Ma un secondo e un terzo posto tra 2010 e 2014 dimostrano come la scuola dei Paesi Bassi sia sempre all’avanguardia. Da 40 anni il sogno è però sempre uno, e continua a sfuggire come una saponetta bagnata. Vedremo se dove non sono arrivati Cruijff, Van Basten e Robben, riusciranno finalmente ad arrivare i giovani fenomeni del futuro.

Germania – Argentina 1-0 dts

Deutschland Weltmeister
Deutschland Weltmeister

131. Come avviene ormai da Francia 1998, dire “ha vinto la squadra migliore” è consuetudine della finale. Dopo un secondo e due terzi posti, la Germania conquista il quarto titolo Mondiale, raggiungendo l’Italia e dando finalmente un senso a dodici anni di straordinaria continuità nella competizione. I tedeschi arrivavano in Brasile tra le favoritissime, ma hanno giocato un Mondiale un po’ col freno a mano tirato. Due strepitose prestazioni, contro il Portogallo (favorita però da un arbitraggio oltremodo severo con i lusitani) e soprattutto Brasile, la Partita della Storia di questo Mondiale, e un’eccellente prova contro la Francia. Ma il balbettare già visto contro Ghana ed Algeria si è ripetuto al cospetto degli argentini, in tre diverse occasioni capaci di graziare Neuer a tu per tu. Ha vinto quella che nell’ultimo decennio si è imposta come una scuola capace di arrivare sempre tra le prime quattro tra Mondiali ed Europei, dal 2006 in poi. Mancava la vittoria, ed è arrivata. Facendo cadere anche l’ultimo tabù: mai un’europea aveva vinto nel continente americano.

L'ha decisa Mario Gotze
L’ha decisa Mario Gotze

132. A decidere la partita, Mario Gotze, classe ’92, talento della new wave tedesca quest’anno passato dal Borussia Dortmund al Bayern Monaco, un po’ discontinuo, ma l’unico forse in grado di spezzare l’equilibrio che gli argentini avevano imposto al match. Ha deciso la partita su un assist di Schurrle, anche lui subentrato dalla panchina: segno che chi ha le alternative e le fa valere, spesso mette le mani sul piatto.

Klose ora è a tutti gli effetti una Leggenda
Klose ora è a tutti gli effetti una Leggenda

133. Dopo una stagione opaca nella Lazio, in molti pensavano che Miroslav Klose sarebbe stato un’alternativa di lusso per la Germania del “falso nueve” Muller. Invece il centravanti di origini polacche si è imposto da titolare, con la sua presenza come riferimento in avanti capace di far girare tutta la squadra. E’ arrivato anche il record di gol nei Mondiali, una storia fantastica se ci si pensa. Nel 2002, l’ultima finale giocata e persa dalla Germania, Klose era in campo. Quella partita fu vinta dal Brasile con doppietta di Ronaldo, lanciato a sua volta verso il sorpasso a Gerd Muller. Nel 2014, Klose si prende il primato come marcatore di tutti i tempi del Mondiale segnando il gol del sorpasso in semifinale al Brasile sotto gli occhi di Ronaldo… e in finale, conquista anche la Coppa, chiudendo un cerchio lungo dodici anni.

Messi ha visto sfilare via il treno della storia
Messi ha visto sfilare via il treno della storia

134. Non ci siamo dimenticati naturalmente di uno dei leit-motiv di questa rassegna iridata. Messi vs Maradona, un cavallo di battaglia che è venuto spontaneo cavalcare dopo l’eccellente girone eliminatorio disputato dalla “pulga”. Mai il quattro volte Pallone d’Oro aveva avuto un tale approccio ai Mondiali, e si era pensato che la prospettiva di riportare l’Argentina sul tetto del mondo nella tana del Brasile fosse troppo ghiotta per non sfruttarla. E invece, dopo la giocata ammazza-Svizzera nei supplementari degli ottavi, l’asso del Barcellona si è eclissato, sprecando il match-ball col Belgio, facendosi imbrigliare dalla gabbia di Van Gaal in semifinale, ed infine senza prendere per mano la squadra nell’appuntamento decisivo, con tanto di clamorosa occasione fallita a tu per tu con Neuer. L’occasione irripetibile è perduta: in Russia Messi potrà provare di nuovo, con ogni probabilità, a diventare campione del Mondo, ma difficilmente le porte dell’Olimpo, quello vero, dove solo cinque-sei calciatori sono stati finora ammessi, si apriranno per lui.

I media brasiliani possono vendicarsi
I media brasiliani possono vendicarsi

135. All’Argentina lo “scherzetto” di festeggiare al Maracanà non è riuscito davvero d’un soffio. Le occasioni mancate da Higuain, Messi e soprattutto Palacio agiteranno a lungo i sogni dei tifosi dell’albiceleste. Che si erano presentati dall’inizio dei Mondiali con questo irriverente coro verso i rivali di sempre: «Brasil, decime qué se siente; tener en casa a tu papá. Te juro que aunque pasen los años; nunca nos vamos a olvidar… Que el Diego te gambeteó, que Canni te vacunó; que estás llorando desde Italia hasta hoy. A Messi lo vas a ver, la Copa nos va a traer; Maradona es más grande que Pelé» (traduzione “Brasile, dimmi cosa senti ad avere in casa tuo papà / Ti giuro che anche se passano gli anni, non ci dimenticheremo mai / Che Diego ti ha dribblato, che Canni (Caniggia, ndr) ti ha infilzato, che stai piangendo da Italia ’90 / Ora vedrai Messi, la Coppa ci porterà, Maradona è più grande di Pelè“). Un tormentone che i giornali argentini hanno utilizzato anche dopo l’1-7 in semifinale: ovvio che dopo il gol di Gotze, sia arrivata la vendetta…

A Rihanna piace vincere facile
A Rihanna piace vincere facile

136. A proposito di tifo, cosa avrà mai fatto l’Argentina a Rihanna? In semifinale avevamo segnalato come la popstar si fosse schierata in favore degli olandesi, con un esperimento di photoshop riuscito solo in parte. I colori della bella cantante sono cambiati per la finale: presente al Maracanà, Rihanna ha tifato in maniera sfrenata per la Germania, con tanto di festeggiamenti finali con i giocatori. Difficile capire il perché, sono le stranezze della febbre-Mondiale.

"22 men chase a ball for 90 minutes and at the end, the Germans always win.".
“22 men chase a ball for 90 minutes and at the end, the Germans always win.”.

137. Alla fine comunque, ha vinto questo signore qua. Grazie a tutti voi che avete seguito il “Contromondiale” di Storie Fuorigioco! Appuntamento in Russia, dai che tra 1419 giorni ci risiamo!