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2026: Fatti e volti del Mondiale Fabio Belli

La Spagna ha salvato il calcio?

Le statistiche impietose della finale dei Mondiali hanno alzato il velo sul “bluff Argentina”. La Scaloneta ha rischiato di far saltare il banco ma forse senza davvero meritarlo, al contrario del 2022. E infatti l’epilogo è stato differente rispetto al Qatar.

Ci sono finali che entrano nella storia per lo spettacolo e altre che restano nella memoria per la loro bruttezza. Spagna-Argentina appartiene decisamente alla seconda categoria. Per lunghi tratti ha ricordato le finali più bloccate e povere di contenuti tecnici degli ultimi decenni, da Italia-Brasile 1994 (non a caso anch’essa giocata nella canicola americana all’ora di pranzo) ad Argentina-Germania Ovest 1990 (in una invece piacevole e temperata serata romana). Eppure, proprio dentro una partita tanto avara di emozioni, è arrivato il verdetto probabilmente più giusto possibile. La Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina ai supplementari grazie a Ferran Torres e, senza voler esagerare troppo, ha anche “salvato” il calcio da quello che sarebbe stato uno degli upset più clamorosi e meno meritati della storia della Coppa del Mondo.

Perché una cosa è vincere soffrendo, un’altra è arrivare fino in fondo vivendo quasi esclusivamente di episodi favorevoli, affidandosi al talento del proprio fuoriclasse (Messi, of course) e alle reazioni nervose dopo i gol incassati. L’Argentina aveva già sfidato più volte la sorte durante il torneo. In finale, però, la fortuna e il pragmatismo non potevano più bastare.

Una finale giocata… senza giocare

L’aspetto più impressionante della prestazione argentina non è tanto la sconfitta, quanto il modo in cui è maturata. Per 90 minuti l’Albiceleste non ha praticamente mai dato l’impressione di voler vincere la partita attraverso il gioco. L’obiettivo sembrava piuttosto quello di impedire alla Spagna di esprimersi, spezzettando il ritmo, abbassando il baricentro e cercando di trascinare gli avversari in una battaglia nervosa.

Il risultato è stato paradossale. La Spagna ha effettivamente faticato a creare occasioni limpide per lunghi tratti, ma l’Argentina ha completamente rinunciato a costruire qualcosa. I numeri raccontano una delle peggiori finali mai disputate da una squadra arrivata all’ultimo atto del Mondiale: nessun tiro nei tempi regolamentari, appena 0.17 expected goals nell’arco dei 120 minuti e Unai Simón mai realmente chiamato a una parata. È difficile ricordare una finalista così innocua sul palcoscenico più importante del calcio mondiale.

Lo strano piano di Scaloni

Lionel Scaloni aveva preparato una partita completamente diversa rispetto all’identità mostrata dalla Spagna durante tutto il torneo. Il suo 4-4-2 basso e asimmetrico puntava a sporcare la costruzione degli uomini di Luis de la Fuente, aspettando il momento giusto per colpire. Solo che quel momento non è mai arrivato.

Il centrocampo argentino è stato sistematicamente schiacciato dalla superiorità numerica spagnola. Enzo Fernandez e compagni sono stati manipolati dal possesso iberico, incapaci di recuperare palloni e costretti progressivamente a rinunciare persino all’idea di contendere il controllo della gara.

Laporte e soprattutto Cubarsí hanno anticipato sul nascere quasi ogni tentativo di verticalizzazione, mentre Messi veniva isolato come raramente gli era accaduto durante il torneo. Il fuoriclasse argentino ha vissuto una delle serate più frustranti della sua carriera mondiale: un solo tiro, facilmente murato dalla difesa, nessuna occasione creata per i compagni e pochissimi palloni ricevuti in zone realmente pericolose.

Tutti titolari per De la Fuente

Se l’Argentina si è progressivamente esaurita nelle proprie idee, la Spagna ha dimostrato ancora una volta di essere molto più di un semplice undici iniziale.

Luis de la Fuente ha costruito un gruppo nel quale la partita continua anche dalla panchina. Ferran Torres, Nico Williams, Pedri e Merino hanno cambiato completamente il volto della finale. L’ingresso dei quattro ha aumentato qualità, intensità e varietà offensiva fino a rendere inevitabile l’assedio alla porta difesa da Emiliano Martínez.

Non è un caso che il portiere argentino abbia dovuto compiere undici parate nella finale, addirittura una in più rispetto a quelle effettuate complessivamente da Unai Simón durante tutto il Mondiale.

Il dato fotografa perfettamente ciò che è stata la partita. L’Argentina resisteva esclusivamente grazie al proprio portiere entrato prepotentemente in partita dopo un paio di prese incerte; la Spagna continuava ad aumentare la pressione aspettando semplicemente che il muro crollasse.

L’espulsione di Enzo e il gol che sembrava scritto

Il secondo cartellino giallo rimediato da Enzo Fernandez al 90’ ha soltanto accelerato un processo che sembrava ormai inevitabile.

Con un uomo in meno, l’Argentina ha definitivamente rinunciato a qualsiasi ambizione offensiva, limitandosi ad aspettare i rigori. Una strategia comprensibile, ma anche l’ennesima conferma di quanto l’Albiceleste fosse ormai completamente scollegata dall’idea di poter vincere attraverso il calcio. Il gol del 106’ (arrivato dopo una rete annullata a Nico Williams tra i dubbi) è stato quasi una conseguenza naturale.

Lamine Yamal apre l’azione, Pedro Porro crossa, Nico Williams rimette intelligentemente il pallone al centro e Ferran Torres, entrato proprio per attaccare l’area con maggiore aggressività, trova il tap-in che vale la seconda stella mondiale della Spagna, trovando quella rabbia nella conclusione che forse era precedentemente mancata.

Il paradosso dell’Argentina durato un Mondiale intero

L’aspetto forse più curioso della finale arriva proprio dopo il gol subito. Improvvisamente l’Argentina si ricorda di avere anche un pallone tra i piedi. Arrivano il primo tiro (fuori bersaglio) della partita, un’occasione costruita con orgoglio e qualche minuto di pressione disperata. Troppo tardi.

Quella reazione finisce quasi per aumentare i rimpianti, perché dimostra come una squadra dalle enormi qualità tecniche abbia scelto volontariamente di non provarci davvero fino a quando non è stata costretta dagli eventi. Esattamente come era accaduto nella fase a eliminazione diretta in maniera sistematica, contro Capo Verde, Egitto, Svizzera e infine Inghilterra. Per oltre cento minuti aveva cercato soprattutto di rompere il gioco della Spagna, dimenticandosi completamente di costruire il proprio.

Collettivo batte mito

Alla fine questo Mondiale lascia anche un messaggio simbolico. Da una parte la Spagna, dove persino un talento straordinario come Lamine Yamal accetta di sacrificarsi per il sistema, correndo, coprendo e mettendo il gruppo davanti alle proprie giocate. Dall’altra l’Argentina, una squadra costruita attorno a Messi ma incapace di metterlo nelle condizioni di incidere quando contava davvero.

Non è un caso che la Roja abbia eliminato nell’ordine il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Francia di Mbappé e l’Argentina di Messi, costringendo tutte e tre le stelle a disputare la loro peggior partita del torneo. È la dimostrazione più evidente che il collettivo, quando è organizzato alla perfezione, può persino spegnere i più grandi talenti individuali.

Giustizia è fatta

Alla fine Rodri ha alzato la Coppa del Mondo come aveva già fatto con l’Europeo due anni prima. La Spagna aggiunge la seconda stella alla propria storia e completa un ciclo costruito attraverso anni di lavoro federale, dalla formazione giovanile fino alla Nazionale maggiore. Per una volta, il calcio ha evitato di raccontarsi la favola sbagliata. Perché sarebbe stato difficile spiegare come una squadra arrivata all’ultimo atto tra episodi favorevoli, incapace di tirare in porta per quasi due ore e decisa più a distruggere il gioco che a costruirlo, potesse diventare campione del mondo. Per giunta per la seconda volta consecutiva.